Questa città abbrutisce solo chi non la capisce: Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

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Roma è bella, bellissima, ma a volte viverci non è facile. Specie in periferia. Se abbiamo una letteratura sterminata che è riuscita a darle voce, è semplicemente perché era il modo più semplice e realistico per raccontarla.

Dagli anni cinquanta a oggi, infatti, la periferia romana è ha fatto da sfondo in più e più opere, sia per la letteratura che per il cinema. La scelse, su tutti, Pier Paolo Pasolini. Poi potremmo doverosamente pensare a Claudio Caligari col suo Amore tossico prima e il postumo Non essere cattivo e i recenti contributi di Gabriele Mainetti con il suo Lo chiamavano Jeeg Robot e di Stefano Sollima con Subburra. Roma e la sua bellezza, così come Roma e le sue difficoltà possono essere raccontate in tanti modi e con altrettanti mezzi.

Tornando strettamente alla narrativa, tra i romanzi letti lo scorso autunno c’è anche l’ultimo di Claudia Durastanti. Dei suoi lavori conoscevo esclusivamente quelli come traduttrice e le storie vere che ha pubblicato per Abbiamo le prove, ma di romanzi ancora niente. Non a caso mi ritrovo tra le mani Cleopatra va in prigione in un periodo che non poteva essere migliore: il romanzo uscito da poco, era ambientato a Roma, città che io stavo lasciando proprio in quei giorni, in quella periferia di Roma che tutto sommato conoscevo.

Più tardi, mentre beve dell’acqua nel soggiorno illuminato dai faretti incastonati sul soffitto, sente il retrogusto ammoniaco del tradimento, quello che le impedisce di dormire e le fa venire gli occhi rossi e umidi da coniglio.

La storia è semplice, somiglia ad un noir pur non trovando in questo genere la sua piena risoluzione. Caterina, giovane ex ballerina di danza classica nata e cresciuta a Roma Est, tutti i giovedì va a Rebibbia a trovare Aurelio, il suo ragazzo praticamente da sempre. Aurelio si trova dentro per spaccio e sfruttamento della prostituzione. Almeno così è che recitano i suoi verbali d’arresto. Gestiva un night, con un socio. Ci lavorava anche Caterina, prima come ballerina, poi in seguito ad un incidente, come coreografa e factotum delle altre ragazze. Aurelio è convinto che qualcuno l’abbia incastrato. Caterina si fa bella per andarlo a trovare, mette una minigonna che Aurelio non vede, ma il poliziotto che si occupa delle indagini del caso sì. Caterina inizia a frequentare il poliziotto, vedendo in lui una figura del tutto contrapposta a quella del fidanzato, che resta in carcere ignaro della situazione. Tutto è rimandato a quando Aurelio uscirà di prigione, a come sarà la vita di Caterina in quel momento, a cosa cambierà.

Quando torno a casa il sole diventa viola e rosso, un occhio dai capillari spaccati. Ha ragione Aurelio: quest’estate il caldo sarà letale. 

Cleopatra va in prigione non è un romanzo sui sentimenti, è più un racconto lungo sulla fisicità di quelle persone che hanno un’esistenza difficile. Quelle persone come Caterina, di cui possiamo conoscere ogni centimetro di pelle, dalla linea della schiena alle pellicine delle unghie, ma il cui io resta imperscutabile. Pur essendo una storia di singole persone, diventa poi, in modo impercettibile, un romanzo corale in cui la vicenda della protagonista è solo un tassello nel puzzle di quella comunità che cerca di sopravvivere nell’afa di una giornata stanca d’estate, del tutto riconducibile nella signora che stira le camicie nella penombra della propria cucina davanti alla tv o in quei ragazzini che, invece di studiare, abbandonano la scuola alle medie per perdersi in altro.

Questo libro ha una sua essenza, una musicalità che si fa immagine senza che ci sia bisogno di troppe spiegazioni. La Durastanti è riuscita a rendere tutto questo anche nell’alternarsi, tra un capitolo e un altro, della narrazione in prima persona e di quella in terza. Cambia il punto di vista, non cambiano i protagonisti e non cambia la città. Come se il destino di tutti fosse già quello, fosse già scritto.

La fidanzata di un poliziotto che ha rischiato di essere tramortita da un uragano a Bali si lamenta del suo lavoro in ospedale e dice che Roma è impossibile; qualcuno risponde: «Questa città abbrutisce solo chi non la capisce». 

Caterina rappresenta la fragilità umana in una realtà che, invece di ucciderti, ti abbrutisce, ti impedisce di trascorrere una vita serena, regalandotene una in cui botte, escamotage e menzogne sono all’ordine del giorno. In Cleopatra va in prigione le relazioni e l’amore passano in secondo piano. Quello che resta è una città che prima ti rivolta come un calzino e poi ti lascia in un angolo a leccarti le ferite.

Anche se non ritroviamo il realismo mimetico del linguaggio che possiamo scorgere in Ragazzi di vita di Pasolini (e questo perché malgrado le condizioni sociali, i personaggi di questa storia parlano tutti un italiano senza intoppi), Claudia Durastanti è riuscita a rendere fedelmente cosa si prova a vivere in un contesto periferico che molto ti toglie e poco/niente ti offre. Caterina è una, sicuramente è anche sola, forse simile ad altre centomila ed è anche nessuno, così, nel pieno della sua pieno della sua giovinezza già sfiorita.

Un romanzo breve da leggere quando si pensa di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, tutte quelle volte in cui si crede che sia il luogo in cui viviamo ad influenzare noi.

Cleopatra va in prigione, Claudia Durastanti, minimum fax, pp. 129

 

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