Raccontarsi e mostrare gli altri per quel che sono: ‘Due racconti’ di Lalla Romano

Edizioni Lindau continua il proprio percorso alla riscoperta di una delle penne più aggraziate del Novecento, quella di Lalla Romano, con la recente pubblicazione di due racconti: Un caso di coscienza, precentemente pubblicato nel 1992 da Bollati Boringhieri, e Ho sognato l’Ospedale, uscito in prima edizione nel 1995 per il melangolo.

È proprio in questa raccolta, che prende appunto il titolo di Due racconti, che Lalla Romano mostra tutta la bravura nel saper raccontare le persone, determinati accadimenti e il mondo intorno, e di riuscire, oltretutto, a raccontarsi in prima persona. Anzi: potremmo dire che, proprio mentre si racconta, Lalla Romano a focalizzare meglio l’attenzione su personaggi (che poi sono prima di tutto persone, più o meno vicine all’autrice), luoghi e piccoli spaccati di vita che altrimenti sarebbero sicuramente relegati in secondo piano.

Mimma mi era piaciuta da subito, ma non nel senso che avrei voluto farla posare per dipingere il suo ritratto (non si fanno più ritratti, ma qualche volta io lo desidero ancora); sempre mi tenta in questo senso un’immagine «bella». Lei era interessante, categoria intellettuale che non conmporta innamoramento, ma dispone all’ammirazione e a un’intesa che può essere profonda e duratura. Mi piacque da subito la sua aria da ragazza. 

Nel primo racconto, Un caso di coscienza, al centro di tutto c’è una situazione poco piacevole: una collega della Romano, Mimma, già abbandonata dal marito, rischia di vedersi tolti i figli. Il motivo sembrerebbe più che personale, ma in quell’ambiente, così istituzionale e ligio, diventa appunto un caso di coscienza. Lalla Romano è chiamata a testimoniare, a pronunciarsi sulla vita di quella collega, ma non solo. Deve fare in modo che cambi idea. Fanno da sfondo al racconto una Milano pre anni Sessanta, in una scuola media tutta femminile in cui questa caratteristica di genere viene incarnata dalla Preside (definita da Lalla Romano «risorgimentale», per il suo essere milanese e, apparentemente, irremovibilissima).

Adesso mi è chiaro, quello che si aspettavano da me. Dovevo farla accettare. Persuaderla. Ecco perché ero stata convocata: non per ragioni burocratiche, anzianità e simili. Dovevo convincere la ribelle che i provvedimenti erano opportuni oltre che necessari, in fondo convenienti anche per lei. 

Attraverso le riflessioni della Romano, che svelano la sua palpabile paura di giudicare ed essere così la causa dell’infelicità e, se non peggio, della rovina personale di qualcun altro (in questo caso della collega Mimma, inchiodata da voci, pregiudizi e non si sa che cosa), ci vengono svelate anche le caratteristiche di quelle persone con cui l’autrice si trova ad avere a che fare. Ebbene, siano queste in una posizione di svantaggio o meno, il ritratto che ne esce fuori è sempre qualcosa di ovattato, ma estremamente luminoso, come se, per il solo fatto di essere umani, per niente perfetti e certamente inclini all’errore, noi in prima persona e queste persone di cui la Romano narra avessimo il sacrosanto diritto di essere trattati con dolcezza e premura.

Nel secondo racconto, Ho sognato l’Ospedale, questa continua ricerca di uno stato di grazia si manifesta qui in un’altra forma: la Romano è capace di cercare ostinatamente il bello e la calma in un posto che, per antonomasia, bello e calmo non lo è affatto. L’Ospedale, appunto. Anche questa volta il la al racconto è dato da un’esperienza personale di Lalla Romano che, accusando fastidi di stomaco, viene ricoverata. Dalla paura dell’ago per la flebo, passando per le visite (sia mediche che dei parenti) fino ad arrivare all’esperienza comunitaria di condivisione della notte (in una camerata), del bagno (il Servizio Donne e la porta che viene lasciata socchiusa per indicare il fatto che fosse libera), della vita stessa, del tempo e delle promesse di sentirsi una volta fuori di là (promesse che mai verranno mantenute, come sarà successo a più di qualcuno). L’ambiente dell’Ospedale viene poi visto dall’autrice come un Sogno, qualcosa fuori dal tempo, proprio come sembrano essere le persone di cui ci racconta.

Sono qui da giorni. Quanti? Assolutamente essenziale e straordinaria è l’esperienza che si impone nell’ospedale: quella del tempo. Forse si dovrebbe definirlo con un altro termine. Non è che non scorra, ma ritorna sempre uguale con ritmo costante, così che sembra «senza tempo».

Con grazia e delicatezza che non sembrano addirsi a persone di questa terra, Lalla Romano si racconta e, di riflesso, denota con altrettanta maestria le esistenze altrui, lasciando pennellate leggere su quella tavolozza grigia di incomprensioni e di incombenze che è la vita.

Leggere questi Due racconti vi metterà letteralmente in pace col mondo, come solo un’artista squisitamente umana come la Romano avrebbe saputo fare. Dato che lo spaccato di vita che ne esce è tutto fuorché astioso, lo fa persino a discapito di quell’Autoritratto severo che possiamo ammirare in copertina.

 

 

 

Due racconti — Un caso di coscienza e Ho sognato l’Ospedale, Lalla Romano,

Edizioni Lindau, pp. 120, con la prefazione di Giovanni Tesio 

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Leggo e scrivo di libri. Vado ai concerti. Lavoro coi social. Cerco cose belle. Consigli di lettura ogni lunedì.

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