Lunedì dei libri d’estate: ‘Il paese dove non si muore mai’ di Ornela Vorpsi

In Albania tra il 1976 e il 1992 il potere era in mano a una dittatura comunista. Ornela Vorpsi, nata nel 1968, vive l’infanzia e l’adolescenza proprio in quegli anni, di cui racconta nel suo esordio Il paese dove non si muore mai, pubblicato prima nel 2005 da Einaudi e ora riproposto in una nuova veste da minimum fax.

Dicono che nell’Albania comunista non si morisse mai e sfidiamo a pensare il contrario: donne e uomini rafforzati dall’estrema fiducia alla Madre-Partito, severa ma sempre nel giusto, col cuore ingrossato e la corazza spessa, ma che vivono sguazzando in tante di quelle contraddizioni da dimostrarsi inclini persino a pettegolezzi, pregiudizi e tabù atavici.

La colonna vertebrale è di ferro. La puoi utilizzare come ti pare. Se ti capita un guasto, ci si può sempre arrangiare. Il cuore, quanto a lui, può ingrassare, necrosarsi, può subire un infarto una trombosi e non so cos’altro, ma tiene maestosamente.

Siamo in Albania, qui non si scherza.

Per questa stessa logica, gli uomini per strada potevano permettersi di mangiare con gli occhi le ragazzine; le donne in casa le abituavano a sentirsi in colpa, sbagliate, puttane pur non avendo fatto nulla di male. L’unica grande colpa di Ina (cioè di Ornela da ragazzina), infatti, era essere nata da un matrimonio sbagliato tra una donna bella, bellissima e un uomo che forse non la meritava e che in più è finito anni in galera come prigioniero politico.

Il destino di Ina è segnato: doveva per forza essere una puttana, perché ha preso tutto dal padre e non ha scampo. A scuola la situazione non era delle migliori, la maestra ligia ai dettami della Madre-Partito la vessava di continuo con un righello infuocato. Anche in questo caso l’unica colpa era quella di avere una mamma estremamente bella, tanto da suscitare l’invidia di chi magari non ha avuto la stessa fortuna di natura.

L’Albania è un paese poco coerente, seppur nella sua estrema fedeltà al Partito: uomini e donne capaci di odiare qualcuno tanto in vita per poi ricordarlo con affetto solo dopo la morte. Una cosa del genere succedeva a Ina ogni volta che si ammalava: in quel caso smetteva di essere una ragazzina marchiata, una puttana da insultare, ma diventava un agnellino da proteggere e in questo compito si davano tanto da fare mamma, nonna e zie tutte. Perché il matriarcato albanese era così: si prodiga per rimetterti in sesto quando stai male, ma appena torni sana e forte torna a insultarti, per rafforzare la tua corazza a immagine della Madre-Partito.

Nel mezzo la vita di ognuno è scandita dalle occupazioni quotidiane, dalla povertà, dalla mancanza di privacy e dall’impossibilità di avere una qualche proprietà privata. Il sesso è un tabù, gli uomini per strada e no pensano solo a quello, per poi ritornare alle loro case dove ad aspettarli c’è un matrimonio di convenienza con una donna poco bella amata solo una volta per procreare e basta.

In una cornice simile il sogno di Ornela di diventare pittrice, nonostante qualche disastroso tentativo di procurarsi del materiale per disegnare mediante baratto illecito, resta più che irrealizzabile, se non rinfocolando sempre la speranza di poter andare a studiare all’estero, in Italia.

Coraggio Ina, dico a me stessa, tu hai un grande sogno no? Un grande sogno che sai che è irrealizzabile. Non è forse la pittura la tua vita? Con un papà in prigione non si ha diritto all’arte; l’arte è propaganda.

Il paese dove non si muore mai è un’autobiografia a metà tra la forma di romanzo e racconto, sapientemente scritta con quel linguaggio da bambina molto matura, che trova il suo giusto modo di esprimersi solo una volta lasciata l’Albania. Leggere oggi l’esordio del 2005 di Ornela Vorpsi, ora ripubblicato da minimum fax, aiuta a conoscere dinamiche di vita in un paese straniero di cui spesso conosciamo poco o niente. La Vorpsi scrive nella lingua che imparato, scavando a fondo nella carne e nei pregiudizi di un’Albania assolata e polverosa.

Se Dal tuo terrazzo si vede casa mia, la raccolta di racconti di Elvis Malaj (classe 1990) edita da Racconti edizioni, esprime il problema di convivere con propria identità di straniero, di albanese, oggi in Italia, Il paese dove non si muore mai fa parte di un’altra generazione, in cui è ancora viva la sofferenza di quegli passati a chinare il capo al Partito e alla sua gente, totalmente disabituata a come si vive fuori da lì e a cosa potesse pensare chi li vedeva come stranieri immigrati a inizio anni Novanta.

 

Il paese dove non si muore mai, Ornela Vorpsi, minimum fax, pp. 110

Vuoi comprarlo? Clicca sul bannerino di IBS.it presente nella pagina

Della stessa casa editrice:

Leggo e scrivo di libri. Vado ai concerti. Lavoro coi social. Cerco cose belle. Consigli di lettura ogni lunedì.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.