Istanbul Istanbul: nella città di sotto l’inferno

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Non sono mai stata ad Istanbul, almeno fino a questo momento, e non sono neanche una grande conoscitrice di letteratura e cultura turca, ma mi è capitato di leggere questo romanzo che strega come una pozione e ferisce come la lama di un coltello, così ho deciso che da oggi in poi voglio approfondire l’argomento. Soprattutto alla luce dei recenti fatti di attualità. Servirsi della letteratura come specchio della realtà è sempre d’aiuto, specie per quelle tematiche che ci sembrano troppo lontane da essere capite solo guardando l’edizione serale del telegiornale.

“In realtà è una storia lunga, ma sarò breve.”

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Se vi state già chiedendo perché leggere proprio Istanbul Istanbul di Burhan Sönmez, avvocato specializzato in diritti umani che vive tra Cambridge e Istanbul e insegna Letteratura all’Università di Ankara, uscito appena una decina di giorni fa per nottetempo, spero di darvi dei validi motivi per correre in libreria. Non si tratta di un libro semplice, ho dovuto rallentare più volte la lettura per staccare dalla narrazione, rifletterci e poi riprendere, ma non è un libro disturbante. Anzi. Se volessimo descriverlo soltanto con una parola, l’aggettivo più appropriato per questo libro sarebbe illuminante. Anche se c’è n’è decisamente poca, pochissima, di luce. Non mancano il freddo e il dolore, invece.

Siamo in una delle tante celle sotterranee della prigione di Istanbul: buia, sporca, maleodorante. Se la dividono in quattro, tutti uomini, di età e ed estrazione sociale varia, imprigionati per motivi apparentemente diversi: un Barbiere, un Dottore, uno Studente e un vecchio Rivoluzionario. Questi, oltre a scaldarsi reciprocamente mani e piedi l’uno vicino all’altro, mettono in comune gli sfumati ricordi della vita passata, quando erano liberi di muoversi nella Istanbul di sopra, quella bella e frenetica, che brulica di arte e di vita, e il presente sofferto nella Istanbul di sotto, l’inferno, seviziati da torture più o meno barbariche: ferite da arma da taglio, scosse elettriche, tentativi di annegamento, bruciature di sigaretta, unghie strappate, chiodi infilzati…

Il mondo sopra era una vecchia, lontana memoria. L’unica unità di misura nella cella era il dolore. Per noi l’assenza di dolore significava felicità. L’avevamo accettato. Se ci avessero lasciati così, saremmo stati felici.

Eppure non condividono proprio tutto: i segreti no, quelli vanno tenuti per sé e lo sanno bene, tutti e quattro. Ognuno di loro potrebbe cedere al peso straziante delle torture e confessarlo ai carcerieri, condannando a morte certa il compagno di cella.

Dovendo trascorrere in un luogo chiuso e angusto ogni secondo delle proprie giornate (che stentano a riconoscere come tali), hanno imparato a dare un valore diverso al tempo, a cui non riescono più a stare dietro: sopravvivono raccontandosi storie. Un po’ come per il Decamerone, un po’ come per Le mille e una notte: racconti in cui presente e passato, realtà e fantasia, amore e odio, ricordo e allucinazione si mischiano creando un continuum metaletterario che catalizza l’attenzione, nonostante l’elevato tasso di violenza dei fatti rievocati da ognuno e sempre presenti nella storia che fa da cornice.

Ma i giovani del Decamerone sono più fortunati di noi. Loro, scappando dalla città, si sono salvati dalla morte. Noi, invece, siamo stati buttati nel fondo della città, al buio. Che cosa non daremmo per trovarci in mezzo ai personaggi del Decamerone e non qui, non è vero? Loro se n’erano andati via volontariamente, mentre noi siamo stati portati qui contro la nostra volontà. Ancora peggio, loro si erano allontanati dalla morte, noi, invece le andiamo incontro. Se la nostra Istanbul è la stessa città del Decamerone, penso che il destino di ogni storia prenda una direzione diversa, non è così?

La parola diventa davvero l’unico mezzo che i prigionieri  possiedono per mantenersi vivi, per non soccombere al dolore, che paradossalmente diventa il solo metro con cui possono scandire la loro permanenza in cella. Le storie che raccontano sono più vere del vero e più romanzate delle fantasie: il confine tra realtà e immaginazione è qui scavalcato dalla necessità, è più importante di un tozzo di pane o di un sorso d’acqua. Immaginano e solo così ritrovano quel qualcosa che li riavvicini alla libertà. Restano storie autobiografiche, volgari e divertenti, la maggior parte delle volte con un bel finale ad effetto. Vengono ripetute, stravolte, ricordate a spizzichi e bocconi, riadattate, implorate, desiderate. Proprio come si desidera rivedere la donna amata, il sorriso felice di un figlio, le mani rugose di una nonna che sferruzza a maglia, rivivere la tranquillità delle quattro mura di casa, avere la certezza di qualcuno che resta a casa ad aspettare il tuo ritorno. Immaginano tutto questo e cercano di ricreare un equilibrio, ognuno a suo modo, secondo il proprio vissuto e le proprie necessità.

Nonostante il racconto rimanga l’aspetto fondamentale del romanzo, non sono i quattro sventurati i veri protagonisti. L’unica e sola, quella capace di raccontare davvero, che cambia le sorti restando sempre uguale, è Istanbul: la città bellissima e matrigna, agognata e disprezzata, frenetica sulla superficie e incurante nei bassifondi, agitata dalla rivoluzione.

L’atmosfera che si respira in tutto il romanzo è ben rievocata dal booktrailer di Istanbul Istanbul:

L’intento narrativo di Burhan Sönmez è tutto qui. Raccontare, sconvolgendo, una realtà scomoda servendosi di un mezzo narrativo semplice e coeso, seppur eterogeneo, quello del racconto.

Una lettura che fa riflettere, mai senza brividi, pugni allo stomaco e commozione. Dietro alla scudo del racconto c’è la voglia dell’autore di fornire un’analisi lucida e disincantata della situazione turca attuale, muovendo una critica più che necessaria alla società.

 

Istanbul Istanbul, Burhan Sönmez, nottetempo, pp. 320 (traduzione di Anna Valerio) 

 

Foto panoramica di Istanbul: http://bit.ly/2cAKOGS

Fonte booktrailer: www.burhansonmez.com

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