Dialogo d’amore nella profonda provincia americana: Le nostre anime di notte di Kent Haruf

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A inizio di quest’anno NN Editore ha pubblicato un romanzo che si legge in una notte, accompagna come una carezza e scuote come una folata di vento dritta in faccia. Il suo autore è quel Kent Haruf che abbiamo potuto conoscere grazie alla Trilogia della Pianura – Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo, tutti già pubblicati in Italia sempre dallo stesso editore, che saputo dare nuova vita editoriale a questo scrittore americano quand’era ancora da noi poco conosciuto, dopo una prima pubblicazione poco acclamata di Canto della pianura da parte di Rizzoli a inizio anni 2000. Il romanzo in questione si intitola Le nostre anime di notte. Totalmente slegato dalle opere precedenti di Haruf, almeno per quanto riguarda la trama, questa è un’opera unica, che presenta le vicende di due soli protagonisti, ma che tende comunque a lasciare un messaggio universale.

E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio. 

Addie Moore e Louis Waters, settantenni e vedovi entrambi, vivono a pochi isolati di distanza nella cittadina di Holt. In passato le loro vite si erano incrociate poco e sempre indirettamente, in un luogo in cui si sa sempre tutto di tutti è difficile non conoscersi per niente. Louis è stato il professore del figlio di Addie; Addie, invece, conosceva la moglie di Louis più di quanto conoscesse lo stesso Louis, eppure lo sceglie. Le sembra una persona gentile, con cui sarebbe bello parlare e tenersi compagnia di notte, quando il buio avanza e il silenzio si fa assordante.

Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore non trovi?

Questa è la sua proposta. Niente di scandaloso o non consono alla loro età. Assolutamente niente di cui vergognarsi. Louis accetta – sembra quasi di vederlo mentre prepara il sacchetto in cui riporre pigiama e spazzolino e, dopo una prima notte, quella dopo e un’altra ancora, si abitua a quella nuova quotidianità speciale, fatta di racconti a ritroso nei loro rispettivi tempi andati, mani che si stringono sotto le coperte, gentilezza e calore.

Più che una riscoperta dell’amore tardivo, Le nostre anime di notte è un vero antidoto contro la solitudine: darsi la possibilità di conoscersi per “attraversare insieme la notte”, poter contare sulla certezza dell’arrivo dell’altro ogni singola sera, aprirsi al punto tale da raccontare anche quegli aspetti della vita passata di cui non si può andare poi così fieri.

Tutto questo è rassicurante. Se non fosse che, nelle cittadine della profonda provincia (americana e no, a questo punto), i compaesani parlano della nuova coppia e fanno allusioni a cose che, in realtà, non esistono: un po’ per invidia, un po’ per malizia, un po’ perché è questo che si aspettano da due vecchi rimasti soli che si incontrano ogni notte. E che sembrano non volerlo nascondere.

I primi a non digerire questa nuova situazione sono i rispettivi figli, venuti a conoscenza di ciò che stava accadendo, proprio grazie al passaparola da paese. Holly, la figlia di Louis, manifesta da subito la sua preoccupazione:

No, papà. Sono a posto. Lo guardò per un attimo. Ma sono preoccupata per te. 

Ah. Davvero? 

Sì. Cosa stai combinando con Addie Moore? 

Il figlio di Addie, Gene, si impunta a tal punto da intimarli a mettere fine a questa storia, che non comprende e che vede di cattivo esempio. Come se sua madre fosse improvvisamente tornata adolescente e lui ne fosse il tutore.

Ecco perché sono qui. Voglio che questa storia finisca. 

Stai parlando della nostra storia, osservò Louis. 

Sto parlando di te che ti intrufoli di notte in casa di mia madre. 

Non si sta intrufolando, replicò Addie. 

Già. Non vi vergognate neppure. 

Non c’è nulla di cui vergognarsi. 

In una storia che ha tutti gli ingredienti dell’empatia e di quella straordinaria vicinanza che riscalda e tiene in vita, sopraggiunge (per sfortuna, ma inevitabilmente) la tanto temuta lontananza.

Una sera lo chiamò dal telefonino. Era seduta su una poltroncina del suo appartamento. Ti va di parlare con me? 

Ci fu un lungo silenzio. 

Tanta è l’umanità sprigionata da Le nostre anime di notte e non lascia indifferenti: commuove, benedice e apre gli occhi. La scrittura di Kent Haruf è dialogica, cinematografica* e capace di smuovere l’animo del lettore senza che sopraggiunga alcuno scossone. Haruf è stato capace di accompagnare la breve estate dei suoi protagonisti, tenendoli per mano e mettendoli a nudo, senza mai giudicarli. In loro rivede sé stesso e sua moglie Cathy e non c’è dichiarazione d’amore universale che possa essere più bella di questa.

 

Le nostre anime di notte, Kent Haruf, NN Editore, pp. 176 (traduzione di Fabio Cremonesi) 

 

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(* piccola curiosità che i malati di #Harufever sicuramente sapranno già: Addie e Louis saranno impersonati da Jane Fonda e Robert Redford nel film di produzione Netflix ispirato proprio a Le nostre anime di notte.)

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