Solitudine, diversità, confini: Ma il mondo, non era di tutti?

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In questo mercoledì che sembra lunedì torno sul blog per parlarvi di una raccolta di racconti pubblicata di recente da marcos y marcos con la curatela di Paolo Nori e voluta da Arci Nazionale: Ma il mondo, non era di tutti?

Otto racconti che affrontano il tema dei confini, filtrato attraverso la lente della solitudine e della diversità (culturale e sociale che sia) e che spaziano dalla narrativa propriamente detta al fumetto, alla poesia, passando per la saggistica. Gli autori che hanno contribuito con le loro storie sono Violetta Bellocchio (Proprietà), Emmanuela Carbé (Questioni della lingua), Francesca Genti (Preghiere del posto nel mondo), Carlo Lucarelli (La riga), Monica Massari (La maledizione di essere niente), Giuseppe Palumbo (Profezia 1964), Antonio Pascale (Biografia del mondo, dopo i cinquant’anni d’età), Gipi (Una volta sono stato buono).

La raccolta si apre con la prefazione di Nori che, prendendo spunto dai libri russi, sceglie di chiamarla Al posto di una prefazione. Nella sua nota ripercorre l’esempio di vita di Georges Perec:

“Ho un nome francese” scrive “Georges, un cognome francese o quasi: Perec. La differenza è irrilevante: non c’è accento acuto sulla prima e del mio cognome, perché Perec è la grafia polacca di Peretz. Se fossi nato in Polonia, mi sarei chiamato, mettiamo, Mordechai Perec, e tutti avrebbero saputo che ero ebreo. Ma non sono nato in Polonia, per mia fortuna, e ho un nome quasi bretone, che tutti scrivono Pérec o Perrec: il mio cognome non si scrive esattamente come si pronuncia. A questa contraddizione insignificante si associa il sentimento tenue, ma insistente, insidioso, ineluttabile, di essere in un certo modo straniero rispetto a qualcosa di me stesso, di essere ‘diverso’, ma non tanto diverso dagli ‘altri’ quanto diverso dai ‘miei’; non parlo la lingua che parlavano i miei genitori, non condivido nessuno dei ricordi che essi potevano avere. Qualcosa che era loro, che faceva di loro quello che erano, la loro storia, la loro cultura, la loro speranza, quel qualcosa non mi è stato tramandato”.

Le otto storie di questa raccolta si presuppongono di dar voce proprio ai Perec di oggi: stranieri, emarginati, persone che hanno perso tutto, il diverso che fa paura, il diverso che ha paura, il ragazzo che sfrutta la sua vita di strada per emanciparsi, gli stranieri di ieri, oggi e domani, i cambiamenti geopolitici che influenziamo e che ci influenzano a loro volta. Di ognuna, qui di seguito, voglio citarvi un pezzettino, in modo da spiegare quanto detto fin’ora e invogliarvi a leggere questi racconti che, più di altri, ci parlano di cose del nostro tempo che stanno diventando fin troppo normali, ma che escludono la fratellenza e il rispetto dell’umano, prima che del diverso.

Il protagonista del racconto di Violetta Bellocchio si trova a dover frequentare gente all’ultima moda, mica come lui che è cresciuto in zona Corvetto:

Pensavo peggio, va detto, questi matrimoni fanno schifo come tanti altri, solo che i ricchi hanno la fissa delle lampadine bianche e delle cene in giardino, e mangiano i cupcake al posto della torta. Alla fine sono un po’ come noi, insomma. Vedo gente che piange da sola ogni tanto, si agita e trema, però nessuno chiama la polizia o l’ambulanza. È la loro cosa, la dissipazione, la sanno gestire.

Emmanuela Carbé parte dalle lezioni di lingua agli stranieri per presentarci Suonodolce, ragazza orientale che non conosce la nostra lingua e fa amicizia con Tizia. In ospedale. A suo modo si capiscono e sarà dura separarsi:

Tizia sogna Suonodolce ogni tanto e sogna incubi, ma non si chiede mai dov’è e cosa fa, si chiede solo se Suonodolce abbia quel poco per spiegarsi al mondo, la lingua della sopravvivenza, la macchina virtuale che freghi la vita quando la vita non funziona.

La poesia di Francesca Genti non ha bisogno di commenti. Lasciamo che siano le parole a parlare:

parola, mio posto nel mondo,

parola che dici le cose,

parola che dici le storie,

che dici la guerra e la morte,

che dici le mani e la faccia,

parola di un altro mondo

che arriva sulla spiaggia,

parola, resta forte

Il racconto di Carlo Lucarelli ci riporta indietro di anni, ai tempi della conquista fascista dell’Abissinia, quando bastava una riga tracciata col tacco di uno stivale, ogni giorno, per delimitare confini che rendevano straniere persone che, invece, straniere non lo erano per niente.

“E allora” disse Tesfai “io cosa c’entro?” e la signora Lette gli prese le mani, e gli disse “Waiiii, figlio mio?” con le lacrime agli occhi, da mamma, “Figlio mio, tu sei uno straniero!”

Quello di Monica Massari non è solo un racconto: è un vero e proprio saggio sulle condizioni attuali dei migranti, abbandonati ad un destino di sofferenze e stenti:

Molti migranti sono raggirati proprio dagli stessi accompagnatori, come ricorda Hudson, un ragazzo ghanese incontrato a Napoli, che dopo aver viaggiato per due giorni nel deserto, viene abbandonato dalla guida, assieme ad altri compagni suoi connazionali:

[…] Quando l’uomo scappò, seguimmo le orme dei piedi di altre persone… e tutti… alcune persone dicevano: “questa è una via”. Così qualsiasi strada sceglievi, quella che ti sembrava giusta seguivi. […] Noi seguimmo le orme delle persone, vedemmo altre persone che avevano camminato ed erano morte, molte persone che erano morte sulla via, perché a volte l’acqua che porti finisce e, anche se finisce, devi continuare a camminare e finisci per morire. 

Rimanendo sempre sullo stesso argomento, il fumetto di Palumbo offre uno stacco disegnato in cui il tratto dice più di molte parole. L’immagine che racchiude più pathos è quella che è stata scelta per la copertina.

Alì dagli occhi azzurri scenderà da Algeri, su navi a vela e a remi. Saranno con lui migliaia di uomini coi corpicini e gli occhi di poveri cani dei padri sulle barche varate nei regni della fame. Porteranno con sé i bambini, e il pane e il formaggio. Sbarcheranno a Crotone o a Palmi. A milioni, vestiti di stracci asiatici, e di camicie americane . Subito i calabresi diranno , come malandrini a malandrini: “Ecco i vecchi fratelli, coi figli e il pane e formaggio!”.

Antonio Pascale mette i suoi anni al servizio del breve saggio che scrive per documentare quanto il mondo sia cambiato e stia cambiando, dal 1964 ad oggi. Economia, demografia e attualità si incontrano e scontrano nelle vite di noi cittadini, ordinari. Dal suo racconto arriva il titolo stesso della raccolta.

Sarà questo il problema che rende difficile trovare una soluzione? La nostra immagine del mondo è vecchia.

Tutto sta cambiando. Ci sono quattro miliardi di asiatici e un miliardo di africani e la crescita della popolazione – i due miliardi attesi – avverrà proprio lì, ancora un miliardo di asiatici e in miliardo di africani.

Gipi questa volta non disegna, ma ci racconta di quella volta in cui un uomo è stato più buono e umano di quanto la situazione avrebbe consentito. Davanti a un ladro che ti scassina la macchina, in tempo lontano, in cui non esisteva neanche internet, l’unica cosa che puoi fare per sconfiggere il pregiudizio è aprire a quello stesso ladro le porte di casa per aiutarlo a medicare le ferite, anche se questo ti insulta. E poi, magari, accompagnarlo in stazione a prendere il treno per Napoli:

Non so quanti di voi si sono mai trovati ad avere a che fare con uno sconosciuto piantato nel finestrino della propria macchina, di notte, in aperta campagna, casa isolata, ma è una cosa che fa un po’ paura. Intanto perché non si sa mai in generale. Poi non si sa se quelle gambe sono le uniche, magari ce ne sono altre tre paia con sopra dei gropponi e dei braccioni attaccati. Quindi, quella notte, la notte in cui fui buono, per prima cosa feci il cattivo. La paura mi fece fare il cattivo e mi procurò in prestito il vocione impostato di mio padre per urlare: “Cosa fai?”.

Otto racconti diversi per forma e stile, ma che ben si amalgamano rivelando un nuovo punto di vista: quello di chi crede che le barriere non siano poi così invalicabili.

 

 

Ma il mondo, non era di tutti?, AA. VV. con la curatela di Paolo Nori, marcos y marcos, pp. 159

 

 

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