Poter essere tutto ciò che si vuole: ‘Mi chiamo Sara, vuol dire principessa’ di Violetta Bellocchio

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C’è stato un momento, lungo più o meno un decennio, in cui era facile passare dall’anonimato al successo. Pochi gli ingredienti, tanti i trucchi: bella presenza e viso adatto a rispendere, tanta voglia di diventare qualcuno, nessun problema a lasciarsi plasmare. Succedeva negli anni Ottanta, quando di nuove stelle del pop ne nascevano diverse al mese, bastava manifestare quella buona voltare di diventare altro da sé. Non sai cantare? Nessun problema, sei un perfetto animale da palcoscenico, ci penseremo noi. Questo potrebbe essere il cuore nascosto che anima le pagine di Mi chiamo Sara, vuol dire principessa, l’ultimo romanzo di Violetta Bellocchio recentemente pubblicato da Marsilio. Ma c’è dell’altro.

Tra me e loro andava tirata una lunga linea nera. Io volevo stare lontana. Era quello che mi piaceva più di tutto: stare lontana. E mentre l’ho pensato, la linea io la stavo già tirando. L’ho vista nella distanza che mi separava da quella donna matta, l’ho sentita nel mio corpo stretto, nelle mie gambe belle e magre, nei grani di zucchero che avevo tra i denti.

Sara ha quindici anni, nel millenovecentottantatré, e vive a Settima, nella bassa emiliana, quella provincia fatta di due stradoni che si incrociano e un bar, quei luoghi molto anonimi in cui non c’è niente e per andare al cinema o a vedere le vetrine in centro devi andare per forza nella grande città più vicina. Piacenza, in questo caso. E Sara lo fa, spessissimo: prende l’autobus e arriva a Piacenza, si siede nei bar e sta a guardare cosa succede. Sì, perché, anche se a quell’età si conosce poco il mondo esterno, Sara sa quello che vuole. Lascia un biglietto sul tavolo di casa, dice di andare a Roma, vuole fare cinema, invece va a Milano, per incontrare Tony. Antonio, trentenne, personaggio famoso di radio e televisione, suo personalissimo idolo.

Ho scritto, ‘vado a Roma per fare l’attrice di cinema, vi chiamo io quando mi sono sistemata’. Ero pronta, ero bella. Ero terribile, ero speciale. Ero l’acqua del fiume, ero i sassi lungo il fiume. Ero speciale. Ero bella.

Ci riesce, dopo vari tentativi. Antonio la sceglie. O meglio: è Sara che si fa scegliere. Diventa una creatura nelle mani di Antonio. Lei, la bimba, l’animale, Roxana vestita di bianco e d’argento. Indossa sempre quello che Antonio le dice di mettersi, le vengono passati soldi contati e segnati da una x, finisce a vivere in un condominio in tutti gli altri inquilini fanno parte del mondo dello spettacolo.

Ho detto una preghiera, per me: ho pensato, tu sei l’aria, tu sei il cielo. Tu sei proprio dove devi essere.

Per Sara/Roxana arrivare al successo è più facile di quanto pensasse: le è bastato affidarsi a quello che diventa suo mentore-protettore-amante. Senza ostacoli, senza prove da superare o nozioni da imparare. Negli anni Ottanta si può fingere anche di saper cantare e Roxana scala le classifiche con in bocca la voce registrata di una corista inglese. Tutti la riconoscono, tutti vorrebbero essere lei. Eppure.

A un semaforo aspettavo il verde e mi hanno riconosciuto. Era una bambina, sul sedile posteriore di una macchina, la faccia tutta contro il finestrino. Ha mosso la bocca e ha fatto, uaaa. Volevo toccarla, volevo dirle, sì,sono io, Roxana; volevo dirle, se tra qualche anno tu diventi bella come me, anche tu puoi andare via di casa, anche tu puoi essere una persona grande e forte, e con la mamma e il papà non ci devi parlare mai più se non hai voglia. Ma non ho detto niente. Forse alle bambine di Milano piaceva stare a casa con la mamma. Forse volevano essere belle per un motivo che sapevano loro. Ho solo mosso le labbra, uaaa.

Con Mi chiamo Sara, vuol dire principessa, Violetta Bellocchio riesce a raccontare un fenomeno, un’intera generazione sballottata tra le copertine patinate dei giornali e profondissimi vuoti emotivi da colmare come meglio si riesce. C’è tanta musica tra queste pagine (me ne sono innamorata coi Joy Division, ma ho apprezzato ogni singolo passaggio musicale), tanta speranza, cenoni di Natale in solitaria passati mangiando Sofficini che negli anni ottanta ancora sorridevano. Un romanzo che vive con la sua protagonista, con le parole che le stanno appiccicate quasi fossero una seconda pelle, che respirano e soffrono con lei. Perché Sara soffre e non lo nasconde. A Sara niente accade per gradi, nonostante questo cresce e matura, cambia. E lo fa da sola.

Mi chiamo Sara, vuol dire principessa, Violetta Bellocchio, Marsilio, pp. 286

 

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