Con i ‘Racconti fantastici’ di Igino Ugo Tarchetti il fantastico si tinge di nero

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Cosa vi verrebbe in mente, se vi nominassi Tarchetti? Sì, Igino Ugo Tarchetti, lo «scapigliato». Per anni l’ho associato a Fosca, forse il suo romanzo più conosciuto, sicuramente letto, se non tutto, a sprazzi dalle antologie scolastiche. Come vi avevo anticipato ospite sul blog di Goodbook.it qualche tempo fa, Racconti fantastici, edito da Lindau nella sua collana Biblioteca di classici, è stata una delle mie letture di quest’estate.

Se dal punto di vista del lavoro editoriale svolto dalla casa editrice, quella di Tarchetti è stata una riscoperta, un volergli dare nuova forma e veste (corredata dall’altrettanto evocativo dipinto di Caspar David Friedrich in copertina), dal mio punto di vista di lettrice è stata puramente una scoperta.

Nella sua raccolta di saggi Perché leggere i classici (*), ad un certo punto Italo Calvino dice:

«I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).»

Ecco, il Tarchetti dei racconti, non del romanzo, è proprio questo. Un classico a pieni voti e, soprattutto, un inaspettato maestro nel narrare di uomini, paure, terrore. A questo proposito, il titolo Racconti fantastici potrebbe trarre in inganno: non pensate al fantasy, non è quello che troverete tra le sue pagine e sarebbe comunque anacronistico. Pensate piuttosto al romanzo gotico trasposto in forma breve, all’horror, se volete, al thriller. Un classico è tale perché quel che ha da dire rimane sempre valido nel tempo. Prendendo i Racconti fantastici, e adattandoli ad un testo per il cinema, ad esempio, ne uscirebbe sicuramente un bel prodotto.

Si tratta di cinque racconti che si dispiegano per un centinaio di pagine complessive. Ogni racconto è avvalorato da precisi riferimenti cronologici e aneddoti, come se l’autore volesse imprimere veridicità data dalla sua esperienza e dalle testimonianze altrui a ciò che si trova a raccontare come episodi straordinari, nel senso di non-ordinari, che travalicano la normalità.

Il primo, I fatali, ben si addice proprio ad una trasposizione cinematografica, per come Tarchetti racconta lo svolgersi degli eventi: un’incalzante narrazione in prima persona ambientata a Milano nel periodo di carnevale del 1866. Non che ci fosse bisogno di specificarlo, se si contestualizza un po’ l’autore nel suo tempo, ma sì, l’italiano utilizzato da Tarchetti è più che comprensibile, ma resta sempre la lingua del suo tempo e questo non fa donare un’aria ancora più vera al fantastico che lui vuole trasmetterci. Protagonisti del racconto sono, appunto, «i fatali»: diverse figure sfuggenti, misteriose, a tratti eccentriche che, senza apparenti legami tra loro, portano un certo tipo di scompiglio nella comunità. Il tuo introdotto da un cappello sul senso della superstizione, che orienta tutta la visione del racconto. Il racconto, infatti, si apre così:

Esistono realmente esseri destinati ad esercitare un’influenza sinistra sugli uomini e sulle cose che li circondano? È una verità di cui siamo testimoni ogni giorno, ma che alla nostra ragione freddamente positiva, avvezza a non accettare che i fatti i quali cadono sotto il dominio dei nostri sensi, ripugna sempre di ammettere.

A questo segue Le leggende del castello nero.  Già dal titolo questo secondo racconto si inserisce nel filone della letteratura internazionale dedicata a horror gotico, di cui sono esponenti i più riconoscibili in questo genere  Poe, Hoffmann e Nerval.  La storia è sempre raccontata da Tarchetti in prima persona, questa volta al passato: gli avvenimenti riguardano la sua adolescenza, quando era solito andare in villeggiatura con la sua famiglia in montagna. Fulcro del racconto sono proprio le memoria del giovane Tarchetti che rievoca anche se, probabilmente, non avrebbe dovuto:

«Sono venuta da tanto lontano per rivederti, senti il mio cuore come batte… senti come batte forte il mio cuore!… tocca la mia fronte e il seno: oh! sono assai stanca, ho corso tanto; sono spossata dalla lunga aspettazione… erano quasi trecento anni che non ti vedeva.»

«Trecento anni!»

«Non ti ricordi? Noi eravamo assieme in questo castello: ma sono memorie terribili! Non le evochiamo.»

«Sarebbe impossibile, io le ho dimenticate.»

«Le ricorderai dopo la tua morte.»

Il terzo racconto La lettera U (Manoscritto di un pazzo) è sicuramente quello che mi ha preso di più: la lettera U viene delineata come vocale spaventosa, fatale e terribile. Il solo fatto di disegnare questa lettera su una qualche superficie dà la possibilità alla voce narrante di rievocare la propria vita:

Io nacqui predestinato. Una terribile condanna pesava sopra di me fino dal primo giorno della mia esistenza: il mio nome conteneva un U. Da ciò tutte le sventure della mia vita. 

Poi troviamo Un osso di morto racconta di quando Tarchetti aveva preso con sé delle ossicine appartenenti a un professore di anatomia che aveva conosciuto e che ora era deceduto. Ossicine che lo convinsero, essendo diventate per lui ormai un fatto normale, a mettersi in contatto col suo amico che gliele aveva donate:

Non attesi lungamente. Dopo alcuni minuti d’indugio mi accorsi per sensazioni nuove e inesplicabili che io non era più solo nella stanza, sentii per così dire la sua presenza (…). 

A chiudere la raccolta, Uno spirito in un lampone, che è la strana storia di un barone calabrese che si posseduto dallo spirito di una fanciulla. Spirito contenuto nei frutti che aveva mangiato e che causa delle trasformazioni alla percezione della sua persona. Forse è il racconto della raccolta in cui, rispetto agli altri, a farla da padrone è il soprannaturale. In più, in diversi punti del testo, Tarchetti sembra anticipare di qualche anno tematiche vicine al Ritratto di Dorian Gray:

Ma il prodigio più meraviglioso era che i suoi lineamenti parevano trasformarsi, quanto più egli affissava quella tela, ed acquistare un’altra espressione. Ciascuna persona riconosceva in lui il barone di B., ma vi vedeva ad un tempo una strana somiglianza coll’immagine riprodotta nel quadro. La folla accorsa nel corridoio si era arrestata compresa da un panico indescrivibile. Che cosa vedevano essi? Non lo sapevano: sentivano di trovarsi d’innanzi a qualche cosa di soprannaturale. 

Leggere i Racconti fantastici di Igino Ugo Tarchetti vi permetterà di fare un viaggio a decisamente tinte fosche e pieno di mistero, un viaggio a ritroso nel tempo e nelle paure degli uomini, ma non così tanto lontane da quelle che viviamo adesso. Una lettura perfetta sì, per il periodo di vacanza, in cui si ha più tempo magari per dedicarsi a un tipo di scrittura più ricercata e quindi che ha bisogno di tutta la nostra concentrazione, ma anche per questi primi giorni autunnali in cui il binomio libro dalle atmosfere horror e plaid sul divano di casa va sempre bene.

racconti fantastici copertina

 Racconti fantastici, Igino Ugo Tarchetti, Edizioni Lindau, pp. 102

 

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(*) prima edizione pubblicata postuma nel 1991, da Italiani, vi esorto ai classici, in «L’Espresso», 28 giugno 1981, pp. 58-68
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