Non sottovalutare mai il potere delle donne: ‘Ragazze elettriche’ di Naomi Alderman

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È un momento in cui si verificano strani movimenti, non solo nel mondo, ma proprio lì, negli Stati Uniti d’America. Sono visibili su internet. Ragazzi che si vestono da ragazze per sembrare più potenti. Ragazze che si vestono da ragazzi per scrollarsi di dosso il segno di quel potere, o per lanciarsi su qualcuno che non sospetta niente, come lupi travestiti da pecore. 

Tra i libri di recente pubblicazione c’è anche una di quelle distopie che, già dalla copertina, sembra urlare qualcosa tipo Attenzione, pericolo scossa o, meglio, Mai sottovalutare l’immenso potere delle donne. Non a caso il titolo originale è proprio The Power, poi tradotto in italiano con Ragazze elettricheNottetempo porta in Italia Naomi Alderman e la sua distopia: una critica al potere, visto come assoluto, potente e prevalentemente maschile, nella forma di un romanzo tanto ben accolto persino da Margaret Atwood.

Roxy ha quattordici anni. È una delle più giovani, e una delle prime.

Il parallelo con Il racconto dell’ancella della Atwood, almeno per la tematica affrontata, viene quasi in automatico, ci troviamo di fronte a due distopie complementari nella loro diversità: da una parte una società fortemente maschilista, in cui le donne vengono oppresse; dall’altra abbiamo il riscatto delle donne, in molte parti del mondo e perlopiù contemporaneamente, ragazze e donne che assumono il potere e assoggettano con violenza e arrivano ad uccidere  gli uomini. Questo potere non è un agente esterno, è una forza elettrica che scaturisce proprio dai loro corpi, grazie ad una matassa da cui nascono scintille.

Allora gli mette i palmi sul cuore e raduna quel poco di fulmine che le è rimasto. Lo indirizza proprio in quel punto in cui gli esseri umani sono fatti di ritmo elettrico. 

In Ragazze elettriche la prima cosa che colpisce, dopo il rosso della copertina e prima delle scosse date dalla storia vera e propria, è la struttura del romanzo, scandito per periodi temporali, la cui narrazione viene affidata a diversi punti di vista: quello di Roxy: quattordici anni, un’energia elettrica smisurata in corpo usata anche per contribuire agli affari id suo padre, boss mafioso; quello di Allie (poi Madre Eve): reduce da un’infanzia difficile tra case famiglia e abusi da parte di famiglie adottive, si ritrova ventenne con in testa la voce e i suoi consigli di Madre, dea del culto che fonda, che per lei è anche un po’ quella madre di cui ha pochissimi ricordi sfocati; quello di Margot, sindaca e poi candidata governatrice nel New England, la cui unica preoccupazione è proteggere le sue due ragazze adolescenti da tutto questo; infine quello di Tunde, eccezione, unica controparte maschile a raccontare attivamente questo fatto nuovo, strabiliante, elettrico. Non solo a parole, nel libro che sta scrivendo, ma per immagini, grazie ai filmati che gira per conto della CNN.

La voce le aveva detto: Fallo di nuovo. Puoi farlo accadere ancora. Concentrati. Aveva provocato una lieve torsione o lo scatto di qualcosa dentro il petto. Ecco fatto, una scintilla. Brava ragazza, aveva detto la voce, ma non farglielo vedere, non è per loro.

La voce diceva: Verrà il momento in cui usare tutto questo, e quel giorno saprai cosa fare.

Le vicende delle ragazze, anzi delle donne di tutte le età che abbiano sviluppato più o meno forza, si intrecciano, in un racconto che spazia su un mappamondo ideale, azzerando tempi e distanze. Da Londra agli USA, passando per la Moldavia (ora chiamata Bessapara), fino in Africa e in India. Le Ragazze elettriche fanno paura: attirano, stordiscono, uccidono. Vanno controllate, accerchiate, disinnescate. Un primo passo è quello di inserirle campus speciali in cui possano imparare a controllare la loro forza.

Le ragazze si affrontano per gioco, sperimentano le proprie capacità le une sulle altre. In acqua, a terra, procurandosi piccole scosse e fremiti. Anche Allie usa quel tempo per esercitarsi, ma fa cose molto più raffinate. Non vuole che sappiano di preciso quello che fa utilizzando ciò che ha letto sulle anguille elettriche. Dopo un lungo allenamento, riesce ad inviare una minuscola scossa che fa scattare il braccio o la gamba di una delle altre ragazze.  

Allo status speciale in cui si trovano, quello di persone normalissime con poteri soprannaturali la cui causa risale addirittura alla Seconda Guerra Mondiale, si aggiunge il proliferare di un culto legato alla loro forza e a Madre Eve, ossia Allie, che si fa intermediaria con la Dea. Le Ragazze hanno un obiettivo e arrivano persino a denigrasi l’un l’altra pur di raggiungerlo:

Circolano appellativi odiosi, adesso, per una ragazza che non sappia o non voglia difendersi. ‘Ritardata’, la chiamano, e ‘batteria scarica’. Questi sono i meno odiosi. ‘Storpia’. ‘Flippata’. ‘Moscia’. ‘Pzit’. L’ultimo, evidentemente, per il rumore che si sente quando una donna cerca di emettere una scintilla e fallisce. 

Tutto è potente e femminile in Ragazze elettriche, persino il dio a cui appellarsi nei momenti di smarrimento e difficoltà, sebbene il fulcro della storia sia più che altro l’essenza del potere in quanto tale, invece di una netta distinzione in ruoli dettati dal genere (ne è la dimostrazione calzante il personaggio maschile di Tunde).

Malgrado il carattere troppo prolisso di alcuni passi, la Alderman riesce a tenere il lettore incollato alla storia per pagine e pagine. Di questi tempi in cui il potere autoritario, viscido e violento di alcuni personaggi molto influenti a livello internazionale (si veda lo scandalo Weinstein) buttare l’occhio sul racconto di un immenso  potere femminile rimodellato, ridistribuito, elettrico non può farci che bene.

Ragazze elettriche, Naomi Alderman, nottetempo, pp. 448

(traduzione di Silvia Bre)

 

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