L’Olympia di Manet ha scarpe verde bottiglia e capelli rossi: Rosso Parigi di Maureen Gibbon

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Non posso dire di essere espertissima in materia, ma quando ho dovuto preparare più di un esame ho studiato sulla Bibbia della Storia dell’Arte, il manuale di Giulio Carlo Argan. Il nozionismo annoia e Argan, che è la figura di riferimento per lo studio di questa materia in Italia, è riuscito a far rivivere su carta tutto l’umano che c’è nell’arte.  

Tenendo a mente questo aspetto di umano nell’arte, mi sono appassionata alla vita degli artisti e a tutto quello che ci girava intorno. Avevo già letto La ragazza con l’orecchino di perla, quando ancora non avevo una grande libreria personale, ma una zia che mi faceva da pusher di libri sì. Non mi sono fatta scappare la biografia di Frida Kahlo e adesso, di fronte alla vera storia di Victorine Meurent, musa di Manet, non potevo di certo restare indifferente.  

Seconda metà dell’Ottocento. Siamo nella Parigi famosa ai più per gli artisti che conversano nei café, che dipingono en plein air, dei Salons ufficiali e no. Una città favolosa che brulica d’arte e persone che tentano di sbarcare il lunario. Che sia con l’arte stessa o con altro.

Denise e Louise stanno in piedi davanti a una vetrina a disegnare. Nonostante i loro vestiti non siano à la mode e trasmettano tutta la stanchezza delle ore passate a lavorare (si occupano della brunitura dell’argento, per pochi franchi al giorni), vogliono darsi un tono: quello che desiderano più di ogni altra cosa è attirare l’attenzione.

Ci riescono: Manet, appena trentenne e non ancora all’apice del successo, le nota ed è intenzionato ad iniziare una relazione alla pari. Con entrambe.

Si tratta di noi. Proprio di noi due in particolare. E penso che la cosa non dovrebbe sorprenderci. Era quello che volevamo. Con i nostri blocchi da disegno e la nostra messa in scena per sembrare persone fuori dall’ordinario, non volevamo proprio che qualcuno ci notasse? Che ci trovasse speciali? Non è proprio per questo che giro con gli stivaletti verdi di una puttana? Perché non mi sento una persona ordinaria. O forse perché mi sento ordinaria e speciale allo stesso tempo.

Le due ragazze iniziano la frequentazione con quest’uomo più grande di loro, di cui all’inizio ignorano  persino l’identità. Si conoscono per gradi, mai svelandosi troppo, da ambo i lati. Manet ha il desiderio di vederle, nella loro quotidianità e oltre. Le giovani sono incuriosite, pur non avendo mai fatto segreto di un certo turbamento iniziale.

Lo sconosciuto ha quasi il doppio dei loro anni e le reclama: offre cene e passeggiate mano nella mano, baci. battutine provocanti. Tutto nella stessa misura. Quella che doveva essere, però, nei pensieri dell’artista, una relazione sullo stesso piano con la mogliettina silenziosa (Louise, sceglierà di chiamarsi Victorine) e quella chiacchierina (Nise), la rossa e la bruna, si rivelerà presto una scelta a cui non potrà sottrarsi.

Che cosa gli venga da tutto ciò, che sensazione gli procuri tenermi la mano mentre bacia Nise, non lo posso sapere perché smetto di guardare. Rimango lí in piedi ma chiudo gli occhi, per rispetto della privacy di Nise. Faccio quel che posso per assicurargliela, costretta come sono ad assistere al loro bacio. La privacy di lui, invece, non mi interessa, tanto non la vuole.

Non è difficile intuire chi sceglierà: Victorine ben presto diventa la sua musa. Viene ritratta in molte opere, è lo sguardo penetrante e la luce che irradia Olympia (1863, Musée d’Orsay) e il sorriso appena accennato con aria divertita in Le déjeuner sur l’herbe (1862-1863, Musée d’Orsay). Victorine e la sua bellezza non convenzionale rappresentano per Manet un mondo in cui annullarsi personalmente e artisticamente. Nulla è vietato, se il fine ultimo l’Arte. Il sesso diviene espressione stessa di quella pulsione artistica.

Rosso Parigi di Maureen Gibbon, edito in Italia da Einaudi nei Supercoralli, non ha nulla della noia da romanzo storico serioso o da biografia nozionistica sterile: è un romanzo che si legge tutto d’un fiato. Trasmette tutto quell’umano a cui accennavamo prima. Riprende i punti cardine della biografia artistica e personale di Edouard Manet e, soprattutto, della sua Victorine, svelandocela in tutto il suo splendore. Leggendolo, ci si trova davanti alla vita vera dei personaggi, senza fronzoli né censure.

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Sono più audace, più esperta.

E fare esperienza è sempre stato il mio più grande desiderio. Con il ragazzo con cui avevo passato la notte fuori a quindici anni, con l’uomo per il quale me n’ero andata di casa, con il soldato dalle lunghe ciglia che mi teneva appiccicata alle cosce e mi baciava da farmi male alla lingua. Perché non ho mai dato retta alle raccomandazioni delle persone più anziane, neppure da piccola. Ho sempre voluto oltrepassare la soglia. Superare i miei limiti. Ogni tanto mi succedevano cose scioccanti. O dolorose. Ma intanto ci facevo l’abitudine. E ad alcune non sono mai riuscita ad abituarmi. Era il prezzo da pagare per fare esperienza.

Il colore è, ovviamente, il tratto predominante di Rosso Parigi: le scelte cromatiche di Manet rivivono nel respiro narrativo dalla Gibbon, a partire dal verde di puttana – verde bottiglia degli stivaletti di Victorine (più volte presente, quasi fosse leitmotiv), passando per il rosso seducente dei suoi capelli. Si tratta  di un’educazione sentimentale piuttosto che un romanzo di formazione. Rimarrete piacevolmente sconvolti dalla velocità con sarete arrivati alla fine del libro.

Una lettura piacevole che vi permetterà di conoscere più da vicino cosa c’è dietro alle opere di uno dei più conosciuti artisti francesi dell’età moderna.

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Rosso Parigi, Maureen Gibbon, Einaudi editore, pp. 248 (traduzione di Giulia Boringhieri) 

 

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