Due modi di raccontare la memoria, la stessa mano che disegna: Rughe e La casa, di Paco Roca

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Come al solito, di lunedì, torno qui a parlare di libri. Anzi, come accade ormai sempre più spesso, alterno alla letteratura classica la forma del romanzo a fumetti. Questo perché mi ritrovo piacevolmente a leggere graphic novel in quelle giornate magari impegnatissime, quando solo carta bianca e inchiostro non bastano. Quelle volte in cui il supporto visivo delle illustrazioni mi è più che necessario. 

Nei giorni scorsi ho recuperato due graphic novel di Paco Roca, disegnatore spagnolo edito in Italia da Tunué, di cui non avevo ancora letto nulla (mea culpa). L’ho fatto davvero a distanza di poco tempo: ho letto prima Rughe (2013) e poi La casa (2016). Tanti sono stati i punti di contatto tra le due storie che ho pensato di sostituire quella che sarebbe diventata sicuramente la solita recensione del lunedì con una sorta di lettura incrociata. 

Vediamo se ci sono riuscita.

Ho scelto di iniziare a leggere prima Rughe per gli ovvi motivi strettamente cronologici legati alla pubblicazione,  ma i due lavori mi sono sembrati uno il completamento dell’altro. Il tema trattato, infatti, è lo stesso: Paco Roca riesce ad arrivare lì dove tutto torna e tutto si spegne, cavalcando l’inesorabile trascorrere del tempo e, con questo, il senso più profondo dell’esistenza stessa. Lo fa in due modi diversi, partendo da situazioni verosimili, se non verissime. Lo fa iniziando a raccontare dal particolare al generale, ha la capacità di farci affezionare più di qualsiasi altra cosa alla storia raccontata. Sono storie semplici, profonde, di certo ordinarie, ma mai uguali a nessun altra. Esistenze hanno la forza di diventare universali.

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In Rughe troviamo Emilio, settantenne che comincia ad accusare i primi colpi dell’età, ma che (secondo lui) potrebbe ancora lavorare in banca e lo farebbe di certo benissimo. La verità è che si trova al primo stadio di malato di Alzheimer: i suoi anni stanno per essere inghiottiti in un vortice in cui i suoi ricordi non saranno più nitidi, anzi. Comincia a confondere il presente col passato, fino a vivere in un tempo che non gli appartiene più, per poi arrivare a quel punto in cui si fa fatica (tanta fatica) a dare un nome agli oggetti che si usano quotidianamente, che sia un libro da leggere o una giacca indossare. L’oblio dei ricordi di una vita ordinaria, ma comunque felice, è dato soprattutto da non riuscire a focalizzare più niente, nemmeno il viso del compagno di stanza che tanto lo ha aiutato durante la sua permanenza alla casa per anziani.

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La casa sembrerebbe il continuo naturale dell’altra storia disegnata. Inizia con una perdita lacerante, quella di un genitore che viene a mancare. Il bisogno personale di Roca, come uomo prima che come artista, è quello catartico: sappiamo che anche lui ha perso il padre, Questa storia, quindi, è molto lontana da essere soltanto frutto dell’immaginazione: è sofferta e autobiografica. Lo scopo narrativo di Roca, invece, è fare della situazione di lutto vissuta dai tre fratelli (visibilmente diversi tra loro per età, ambizioni e carattere), il motore per il loro riavvicinamento. Anche qui a farla da padrone è il tempo. Dove finiscono i ricordi quando si perde una persona amata? Possono prendere le sembianze della casa di campagna costruita con sacrificio in quei pochi giorni di vacanza, che così tanto da vacanza poi non erano? Come cambia la percezione del tempo e della memoria una volta che si subisce una perdita?

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La perdita della capacità di essere un umano pensante e autosufficiente, condizione invalidante vissuta da chi è affetto appunto dal morbo di Alzheimer e il dolore che ne segue in questa situazione straniante e avvilente coincidono con il vuoto della perdita, in cui bisogna trovare la forza per andare avanti senza quella che è stata colonna portante di una vita intera, senza la figura di riferimento qual è un padre per dei figli. Il grado di dolore è lo stesso, cambiano gli attanti come sono diverse le conseguenze.

Quello che caratterizza il lavoro di Roca è la sua grazia. In tutto: il tratto delicato, i colori tenui, le storie che colpiscono al cuore. Dalle sue tavole emerge una riflessione che non è mai fine a sé stessa. Va oltre, smuovendo empatia e toccando il cuore.

Non manca l’ironia, questo è sicuro, ma vi giuro che, alla fine di entrambe le letture, faticherete a trattenere le lacrime.

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Rughe e La casa, Paco Roca, pp. 96 e 136, Tunué (traduzioni di Alessandra Papa e Bruno Arpaia)

Fonte foto Paco Roca: El País

 

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