Tutto il dolore della vita in un solo sapore: Umami di Laia Jufresa

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L’umami inizia in bocca. Inizia al centro della lingua, si attiva la salivazione. Si risvegliano i molari, vogliono mordere, hanno bisogno di movimento. Non è poi così diverso, a dire il vero, anche se in proporzioni più modeste. dal movimento dei fianchi durante il sesso: in quel momento, l’unica cosa da fare è obbedire al proprio corpo, e il corpo sa cosa fare. Mordere è un piacere, e l’umami è la qualità di ciò che è mordibile. Mordibile non è una parola, ma masticabile non mi piace. 

Umami è una parola giapponese che sta ad indicare uno dei cinque gusti percepiti dalla cellule recettrici del nostro cavo orale e significa «saporito». Umami è anche il titolo di un romanzo recentemente pubblicato da Edizioni Sur, esordio di Laia Jufresa, messicana.

Dalla strada si ha l’impressione di affacciarsi su una laringe: il lungo vialetto è fatto di un tessuto che sembra vivo, e il sole che batte sui muri grezzi sembra rugiada, saliva.

Il romanzo Umami, proprio come il gusto, racchiude dentro di sé tutto un mondo, quello del comprensorio Villa Campanario, a Città del Messico. Una residenza, un agglomerato di case unite da un vialetto centrale che sembra una lingua, su cui si staglia una campana. Qui si affiancano diverse case: Dolce, Salato, Acido e Amaro e Umami. Villa Campanario è stata voluta da Alf, un antropologo e ricercatore universitario, maggior esperto in materia di umami, e da sua moglie Noelia, una cardiologa affermata.

Le acciughe, gli asparagi e il parmigiano contengono glutammato – ovvero presentano il sapore umami. Sanno di umami anche il pollo e le carni rosse, la salsa Worcestershire, le alghe kombu, i funghi e, all’interno, le nostre fedi nuziali. La mia, che ho al dito, e quella di Noelia, che porto appesa al collo con un filo da ricamo che Linda ha tirato fuori dal suo nécessaire l’altro giorno a La Taza, quando mi ha dato l’idea di usarla come fa lei: a mo’ di collana. Entrambi gli anelli, in oro, perché in fondo siamo sempre stati tradizionalisti, dicono all’interno: Umami 5/5/1974. 

Alf è vedovo, senza figli perché lui e la sua Noe sono sempre stati dei «figli e basta», e trascorre le sue giornate a scrivere al pc che ha affettuosamente soprannominato Nina Simone e ad occuparsi delle sue «bambine». Quelle giornate servirebbero ad Alf  per dedicarsi ai suoi studi, ma quello che vuole di più è ricordare, quindi scrive. E ricorda il suo amore per Noe, come l’ha conosciuta, le sue piccole fissazioni, il male che l’ha portata via. Le parla, anche. Lei sembra risponde e lui sta lì che scrive.

Eravamo due persone ma allo stesso tempo una persona sola.  

Tra i suoi inquilini al comprensorio ci sono Ana – soprannominata Agatha Christie, Marina – babysitter e giovane artista a cui piace inventare nuovi nomi da dare ai colori (ad esempio, ecco una crasi tra bianco e possibilità: «La parola alla quale associò quella certezza fu: possibilità. Il colore, quindi, quel bianco del possibile, acceso dal sole sulla parete liscia, si chiamò biansibile.»), Pina – amica e coetanea di Ana, che vive con suo padre da quando sua madre ha deciso di andarsene e… poi c’era Luz, la sorellina minore di Ana.

Nessuno può metterti davvero in guardia ma i morti, o almeno alcuni di loro, si portano via con sé abitudini, anni, interi quartieri. Cose che credevi condivise ma in realtà erano tutte loro. Ed è giusto, dico io. Patti chiari, lutti lunghi.

Cinque protagonisti che si raccontano e si rincorrono in un romanzo composito, in cui ognuno esprime il proprio punto di vista e le proprie emozioni, utilizzando il linguaggio che più gli appartiene: dagli spiegoni del professor Alf, al parlato colloquiale delle ragazzine Ana e Pina, per non parlare delle dolcissime parole della piccola Luz. Anche il tempo della storia procede per balzi: vengono rievocati gli eventi di quattro anni, dal 2000 al 2004. Anni densi, pieni di vita e di dolore per ciascuno dei cinque attori, che hanno tutti perso qualcuno, qualcosa o entrambi, ma che, nonostante tutto, non scompaiono mai di scena. Persino la piccola Luz è sempre presente, lei che scomparsa lo è davvero.

Umami è un romanzo che scorre come un fiume e si appiccica addosso come la maglietta sudata dopo una notte di brutti sogni, ma che segue un ritmo narrativo cadenzato: ogni parola è al posto giusto, quasi a voler rassicurare chi legge che sì, il dolore sarà infinito, universale e senza scampo, ma a volte le parole aiutano. Il susseguirsi degli eventi, raccontati prima da uno e poi da un altro, può risultare aspro, ma è allo stesso tempo estremamente dolce. Il tema che viene maggiormente affrontato (insieme al significato stesso di umami a fare da filo conduttore), è quello della perdita di una persona cara e di come si affronta un lutto. L’ambientazione che fa da sfondo è evocativa e colorata, fuori dal tempo come si addice all’economia del romanzo: un Messico che è culla, amore e nenia rassicurante.

Con la sua scrittura, Laia Jufresa riuscirebbe a riconciliare col mondo anche i più ostinati, racchiudendo, come se fosse un guscio di noce, tutto il dolore del mondo in una parola. Umami è un romanzo da leggere per riconciliarsi col mondo e per tentare di esorcizzare anche le paure più grandi, senza sforzarsi di evitare il dolore. A quello non c’è scampo.

 

Umami, Laia Jufresa, edizioni sur, pp. 250 (traduzione di Giulia Zavagna)

 

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2 thoughts on “Tutto il dolore della vita in un solo sapore: Umami di Laia Jufresa

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