Raccontare la vita con le stesse parole di ‘Un ragazzo d’oro’

Todd Aaron è un ragazzo d’oro e, proprio perché è un ragazzo d’oro, fa sempre la cosa giusta. Per sapere tutto sul mondo legge l’Enciclopedia Britannica, il Signor B, che tiene sotto al letto o chiede aiuto al computer, il Signor C, quando l’enciclopedia non basta. Porta a termine tutti i lavoretti che gli vengono assegnati, è un punto di riferimento per la comunità, ma sopratutto prende sempre le sue medicine. Todd Aaron è uno dei veterani della comunità di cura per autistici in cui vive, il Payton LivingCenter. Un ragazzo d’oro è la sua storia, raccontata senza compassionismi, patetismi o veli inutili da Eli Gottlieb e tradotta e pubblicata per i lettori i italiani da minimum fax.

La pioggia che cadde quel giorno adesso ha quarantuno anni ma ogni volta che piove è come se un po’ di quella pioggia stesse ancora cadendo, cade ancora.

Eli Gottlieb conosce bene la condizione di chi vive con un disturbo dello spettro autistico perché quel Todd protagonista del suo romanzo è ispirato a suo fratello Joshua. Proprio per lui, Gottlieb ha deciso di raccontare l’autismo in prima persona, riproducendone i meccanismi, le piccole ossessioni, le paure e le difficoltà. In occasione di Book Pride 2018 Gottlieb ha presentato Un ragazzo d’oro in una Sala Robinson del BASE a Milano affollata di persone commosse dalla storia di Todd, che poi è anche un po’ la sua di storia, in quanto fratello/tutore di un ragazzo d’oro. In quell’occasione aveva detto una frase per me importantissima che ho annotato su un taccuino, poi l’ho condivisa subito su tutti i social possibili e, dato che mi sembrava ancora troppo poco per racchiudere tutta la bellezza che questa affermazione tutt’ora contiene,  ho preferito tenerla a mente. Eli Gottlieb ha detto esattamente questo:

«Avere un fratello autistico ti fa capire fin da subito la sofferenza degli altri. È una grande palestra di formazione alla vita.»

Lo sforzo da bravo scrittore che Gottlieb fa regalandoci Un ragazzo d’oro è quello di riuscire a raccontare una vita lunga e difficile con lo stesso sguardo e le stesse parole della persona autistica. In tutto il libro c’è un ripetersi incessante di cose ed eventi, agevolato nel suo rincorrersi dall’utilizzo estremo della coordinazione. Ogni evento riporta a un suono, a una condizione atmosferica, a una situazione di ansia o paura. Perché Todd vive così ed è così che la sua storia va raccontata. A questo proposito, un plauso alla traduttrice, Assunta Martinese, che è riuscita a rendere molto molto bene questa caratteristica anche in italiano.

Io credevo che i miei genitori sarebbero vissuti per sempre, ma alla fine sono diventati molto piccoli e vecchi e sono morti, e mio fratello Nate è diventato il mio tutore.

(…) Nate viene a trovarmi quando può. Dice sempre «Ci vediamo prestissimo» ma poi passa un sacco di tempo e tutti si dimenticano e sono passati sei mesi. Le famiglie degli altri residenti vivono nei dintorni e vengono quasi tutti i fine settimana. Loro hanno madri e padri che arrivano dentro automobili piene del suono dei bambini che ridono che è come un tintinnio del vetro quando si rompe, e a volte anche cestini da pic nic e regali.

Le persone rivestono un ruolo centrale in Un ragazzo d’oro, sono viste attraverso gli occhi di Todd e per questo assumono caratterizzazioni dettate dal suo sentire e dalla sua emotività. La sua mamma era ed è la sua sicurezza, la sua ragione di vita, quella donna che avrebbe e che ha fatto di tutto per lui. Invece non ricorda con piacere suo padre, per cui è stato e sempre sarà il figlio sbagliato, da punire quando ha le crisi. Suo fratello Nate fa quel può, sicuramente lo riprenderà presto a vivere con sé, lo riporterà a casa. Poi ci sono gli assistenti del Payton LivingCenter, tra tutti quel Mike Grembiule che non gli piace per niente. Tra gli abitanti della comunità, arriva Martine: la ribelle, la ragazza che fa di tutto per andare contro i suoi genitori e viene rimbalzata di centro in centro. Proprio lei instillerà un’idea nella mente di Todd, una cosa proibita che ha che fare con le medicine. Fino a che non subentra un’Idea, con la «i» maiuscola, e allora la tranquilla esistenza da ragazzone autistico di Todd, che fa sempre tutto bene e viene blandito dalle tante medicine che non dimentica mai di prendere, subirà uno scossone forte.

Scappare era facile. Ogni tanto qualcuno lo faceva. Ma non era un ragazzo d’oro che si comportava sempre in modo perfetto e si impegnava ogni volta al massimo al massimo per fare la cosa più giusta di tutte.

Non credo ci siano altri modi per definire Un ragazzo d’oro: è un romanzo estremamente toccante. La narrazione in prima persona spiazza e conduce placidamente in un mondo nuovo in cui anche i suoni hanno un loro colore. Un ragazzo d’oro è un libro semplice. Bello. Solo chi vive situazioni del genere può permettersi di raccontare simili storie in questo modo ed Eli Gottlieb ha decisamente trovato le parole giuste, calandosi del tutto nei panni di suo fratello Josh e di Todd.

Un ragazzo d’oro può essere apprezzato sicuramente da chi, come me, si era già avvicinato al discorso «raccontare l’autismo in modo non banale» guardando la serie Netflix Atypical. Ebbene, se la prima stagione di Atypical vi aveva colpito, il romanzo di Eli Gottlieb andrà ancora più a segno. Del resto è proprio questo che fanno i ragazzi d’oro, non è vero?

 

Un ragazzo d’oro, Eli Gottlieb (minimum fax), pp. 270

(con la traduzione di Assunta Martinese)

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Leggo e scrivo di libri. Vado ai concerti. Lavoro coi social. Cerco cose belle. Consigli di lettura ogni lunedì.

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