Quando la libertà arriva persino in una comunità ortodossa: ‘Disobbedienza’ di Naomi Alderman

In molti, l’anno scorso, abbiamo imparato a conoscere Naomi Alderman con il suo Ragazze elettriche, distopia che ha avuto la consacrazione di Margaret Atwood e l’ha vista in prima linea come paladina del girl power. Quest’anno, complice l’uscita nelle sale di Disobedience, film diretto dal regista cileno Sebastián Lelio con una produzione internazionale, la stessa Alderman torna in libreria con la riedizione, in Italia sempre sempre pubblicata dalla valida nottetempo, di quello che fu, nel 2006, il suo romanzo d’esordio: Disobbedienza, appunto.

Dimenticandoci un attimo del successo e del profondo messaggio di emancipazione trasmesso da Ragazze elettriche, perché è forse proprio con questa opera prima che la scrittrice inglese esprime appieno il suo modo di raccontare. E di raccontarsi.

Sì, perché in Disobbedienza, romanzo che vede protagonista la comunità ebraica ortodossa di Hendon, la narrazione viene sviluppata in un ambiente che la Alderman conosce benissimo, essendo cresciuta proprio in quella stessa comunità.

La vicinanza biografica di Naomi Alderman a ciò che racconta in Disobbedienza ci regala una storia potente e vivida, uno spaccato di vita vera visto con la lente del romanzo, ma che è più che verosimile.

Si scrive bene solo delle cose che si conosce altrettanto bene e in questo la Alderman è imbattibile.

Siamo a Londra, più precisamente a Hendon, cuore della comunità ebraica ortodossa. Una cittadina nella metropoli, microcosmo autosufficiente che vive seguendo le leggi di Dio. Fino al giorno in cui il Rav, eminente padre spirituale e tra i più autorevoli studiosi della Torah al mondo, viene a mancare e lascia la comunità, non avendo figli maschi, senza una guida. Il Rav lascia però una figlia, Ronit, che da anni vive a New York da donna libera, ricordandosi di essere ebrea ortodossa in rare occasioni, ossia solo quando le nozioni imparate da piccola le tornano alla mente.

Ronit viene a sapere della morte del Rav da suo cugino Dovid e parte per l’Inghilterra.

Ma insomma, ho passato diciotto anni della mia vita a litigare con uno dei giganti della Torah della mia generazione e guardare dall’alto in basso gli assistenti di volo mi viene naturale. 

Una volta arrivata, e come poteva ben immaginare, viene accolta come se fosse quella lontana parente che delle regole della comunità ricorda poco o niente, ma soprattutto scopre che anni fa suo cugino Dovid, rabbino, studioso a sua volta della Torah e spalla del Rav fino all’ultimo respiro, si è sposato con Esti.

Chi è Esti? La più cara amica di gioventù per entrambi, forse. Per entrambi è sicuramente qualcosa di più. Ronit non crede ai suoi occhi. Proprio questo è il punto in cui si innesta la macchina narrativa di Disobbedienza: tra la terza persona con narratore onniscente e totalmente calato nelle logiche anche filosofico-religiose che muovono gli uomini e le donne di Hendon e un’altra narrazione, quella  potente e in prima persona, che possiamo trovare nei racconti che Ronit fa della propria vita passata e presente, mettendo al corrente il lettore di quello che era successo, di sua madre prematuramente scomparsa e del conseguente rapporto con suo padre, del suo essere sempre disobbedente e, nonostante tutto, rimanere sempre e comunque un’ebrea ortodossa, del suo amore per la vita lì fuori e… per Esti.

Mi morsi il labbro per reprimere le scuse che mi erano venute alle labbra, perché l’ultima cosa che voglio fare è cominciare a scusarmi del fatto di non essere più come loro.

Da orgogliosa disobbediente qual è, Ronit sa benissimo quali leggi regolano quel mondo che una volta era anche il suo e la soffocava e, nell’occasione del lutto per suo padre, vi si ritrova immersa: ecco riapparire gli abiti casti, lunghi, accollati; le parrucche da donna con taglio standard, da devota; dover rispettare lo Shabbat e, dalle 18:18 del Venerdì, poter solo camminare, pregare, mangiare (e mangiare solo pietanze rigorosamente già preparate in precedenza) e dormire per non arrecare danno al mondo nel giorno del Signore; la cucina kosher con le sue pentole rosse per la carne e blu per tutto il resto; il non poter stringere la mano a un uomo, se già sposato e tante altre piccole grandi forze che regolano un mondo ordinato, una comunità che un po’ prescinde la modernità e un po’ vi sia adatta, ma che sicuramente tira dritto per la propria strada, quella designata da Hashem, in cui il Sabato è sacro, si parla senza alzare la voce e parola d’ordine è la sobrietà.

E comparve Ronit. Ronit come Esti la ricordava, e non solo. Al primo sguardo si capiva che non viveva più lì. Era come un fiore esotico che si fosse inaspettatamente trovato a sbocciare negli interstizi dei mattoni del seicento.

Ronit non si riconosce più in questo mondo fatto di preghiere e ortodossia. Eppure c’è qualcuno che la aspetta lì, a Hendon, e a cui sarà legata per la vita.

E poi lo so. So che fanno puzzare i vestiti, che costano troppo e poi che, già, ti uccidono, ma porco mondo, ho avuto un’educazione da ebrea ortodossa e di tanto in tanto ho bisogno  di un segno visibile di ribellione.

[…] A casa di Esti e Dovid, il Sabato avvivava insieme a un mare di piccoli dettagli dimenticati e a sussulti improvvisi per verificare che il piano cottura fosse spento o il forno acceso, il bollitore attaccato e la piastra di ghisa in ordine. Io non partecipavo.

Nel raccontare di questa comunità col suo esordio Disobbedienza la Alderman riesce a coinvolgere come in un vortice e, a sorpresa, a regalarci l’effetto contrario a quello che ci si aspetterebbe: si tratta sempre, certo, di una comunità chiusa e osservante, che vive e respira solo osservando le proprie regole, ma Naomi Alderman riesce a riportare una storia di straordinaria bellezza nel bel mezzo di un ambiente a dir poco claustrofobico e lo fa restituendoci tutti i colori, le azioni estreme e le ribellioni del caso.

Si fece coraggio. Pensò: questo non c’entra niente con l’amore. L’amore non è la soluzione di niente. Ma la parola, almeno, può vincere il silenzio.”Quello che hai visto ieri. Io e Ronit, quello che hai visto…”

Perché Disobbedienza, più che essere una storia angosciante, ha in sé una luce. Questa luce rappresenta quella forza che i singoli possono avere, inaspettatamente, all’interno di un universo chiuso, e che arriva a permettergli di conquistare la libertà. Disobbedire, infatti, pur non stravolgendo tutto quel mondo che si conosce, porta alla libertà. Questo è uno dei più grandi insegnamenti di Naomi Alderman in Disobbedienza, poi vengono la storia d’amore, le leggi, le preghiere e tutto il resto.

Doveroso, a questo punto, fare un plauso anche a Disobedience, il film tratto dal romanzo che, seppur con una minor potenza evocativa e stravolgendo totalmente alcuni passi decisivi scelti dalla Alderman, riesce comunque a rendere bene l’atmosfera e la storia di Ronit (Rachel Weisz), Esti (Rachel McAdams) e Dovid (Alessandro Nivola) e, sullo sfondo, di tutta la comunità di Hendon.

Disobbedienza è un romanzo la cui forza narrativa ed emotiva vi travolgerà, portandovi a scoprire cose che non sapete sulla libertà, sull’amore e mondo, che sia ortodosso o meno.

Disobbedienza, Naomi Alderman, nottetempo, pp. 320

(traduzione di Maria Baiocchi)

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Leggo e scrivo di libri. Vado ai concerti. Lavoro coi social. Cerco cose belle. Consigli di lettura ogni lunedì.

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