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Aspettando il Premio Strega: ‘Febbre’ di Jonathan Bazzi

 

In Febbre, il romanzo d’esordio di Jonathan Bazzi per Fandango Libri, c’è davvero qualcosa che ti appiccica addosso, continua a salire e non ti molla più. Un miscuglio di sensazioni, dolore, apprensione. Sarà perché è una storia vera raccontata benissimo, sarà perché dentro c’è tanta parte della vita di Jonathan, e mettiamoci anche tutto il tempo che ho, inspiegabilmente, aspettato per leggerlo, ma sapevo già cosa avrei trovato dentro Febbre, sapevo che avrebbe fatto pensare. Eppure non avrei mai potuto immaginare quanto.

Di quello che ero, in ogni caso, non resta più niente.

Non sapevo niente della vita a Rozzano negli anni Ottanta, tra le vie che hanno nomi di alberi e il peso dei palazzi fatti con lo stampino. Non sapevo niente di una coppia di giovanissimi, capitati insieme per gioco, nella vita di cortile passata in comitiva, e diventati adulti forse troppo presto. Non sapevo niente di quel bambino che di carezze ne ha ricevute sempre poche, di quel ragazzo che, nel 2016, poco più che trentenne si ritrova ad aver paura di una febbre fastidiosa, da quella febbre che sembra essersi impadronita del suo corpo e non va più via.  

Una febbricciola, passerà. Eppure non passa. Gli unici a passare sono i giorni, aumenta l’ansia tra i corridoi tutti uguali degli ospedali. Potrebbe essere mononucleosi. Sì, dai, è sicuramente quello. Poi, dopo un po’, arriva la risposta: Jonathan è sieropositivo.

Le persone finiscono, sono finite: quei corpi non esistono più. Invece lui è sopravvissuto, immortale, li ha trascesi, va oltre. È passato ad altri in altri, in altre arrivando fino a qui.

Lo scontro, il pugno in pieno viso che Jonathan riceve insieme ai referti delle analisi è ben accompagnato dal racconto di quello che lui è o, meglio di quello che è stato e che lo ha portato ad essere quello che è oggi. Quel bambino timido. Introverso. Quel bambino bravissimo a scuola. Balbuziente. Figlio di due genitori giovani che si sono separati presto. Quel bambino che si sente al sicuro più a casa dei nonni che a scuola, ma se vogliamo dirla tutta non si sente al sicuro da nessuna parte. Gioca volentieri con le bambine. Quel bambino che presto scopre che a lui piacciono i maschi. A scuola viene deriso e bullizzato. Tutt’intorno e a casa vede solo tanta violenza fisica e verbale, in quel crogiolo di dialetti della Rozzano degli anni Ottanta.

Non so menare e a Rozzano saper menare è importante. È più importante che avere i soldi, perché i soldi tanto non ce li ha nessuno, ma se sai menare sei a posto. Almeno ti fai rispettare. Ti sai difendere. Puoi stare tranquillo.

Rozzangeles, la chiamano. Lontana un’ora e mezza di tram dal centro di Milano, così lontana da tante altre cose. Così lontana dal Jonathan-ragazzino, così pieno di tanti interessi e che non sa ancora quale direzione prendere. La periferia fatta di voci, facce, schemi, sempre uguale a tante altre periferie e mai da cui riuscirà poi ad andarsene. E poi Milano, la libertà, gli incontri, lo studio, l’amore. A Milano Jonathan può essere apertamente quello che vuole: timido e balbuziente come da piccolo, finalmente eclettico e dalle tante passioni da grande.

Cerco di tenerlo nascosto perché so che, nonostante i miei sforzi, Rozzano mi raggiungerà sempre e mi riporterà a casa. Un buco nero fagocitante, la divinità impietosa che riacchiappa i figli insolenti, che si va a riprendere le sue schegge più ingenue, quelle che provano ad andarsene, a combinare qualcosa. Il richiamo che mi riporterà in basso.

Febbre è un percorso accidentato e consapevole. Una storia difficile da raccontare e impossibile da abbandonare, che alla fine sbaraglia qualsiasi paura si possa provare nei confronti di persone, posti, comportamenti.

Per aver raccontato così bene una storia tanto intima e dolorosa, per aver scelto di renderla eterna e utile agli altri, insieme alla fragilità e all’umano mai troppo umano dei nostri tempi, per tutte queste cose e molto altro l’esordio di Jonathan Bazzi merita di essere letto (o anche ascoltato su Ad Alta Voce, qui).

Col virus voglio farci qualcosa, agire su di lui, modificarlo, non essere inerme, subirlo – mi interessano solo le cose con cui posso imparare.

Febbre è stato proposto da Teresa Ciabatti per la settantaquattresima edizione del Premio Strega ed è tra i titoli in dozzina.

Febbre, Jonathan Bazzi (Fandango Libri), pp. 328

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