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Un padre tra realtà e immaginario: ‘Fuenzalida’ di Nona Fernández

Anche i cimiteri sono pieni di Fuenzalida. Fuenzalida sotto terra, sopra altri Fuenzalida. Fuenzalida a nord e a sud, ai confini con la cordigliera, fino a giungere verso il mare. Attorniata da Fuenzalida, assediata da possibili Fuenzalida. Perché ciascun Fuenzalida può essere un mio parente. Tutti quanti, inoltre, possono nascondere un Fuenzalida dentro di sé, il problema è che non esiste modi di saperlo.

Fuenzalida. È questo il nome che ritorna quasi in ogni pagina nell’ultima opera della scrittrice e sceneggiatrice cilena Nona Fernández, pubblicata in Italia da gran via edizioni nella traduzione a cura di Carlo Alberto Montalto.

Chi è Fuenzalida? Un padre assente, un maestro di arti marziali, un ricordo sfocato, una foto scattata negli anni settanta. A parlarcene è la figlia, una dei suoi, quella avuta dalla terza relazione. Tra gli altri figli, ci sono dei maschi (che lei non conosce, almeno non di persona o se li ricorda vagamente) e si chiamano tutti Ernestito. Ernesto. Proprio come Ernesto Fuenzalida, loro padre.

Com’è possibile che due persone vivano nella stessa città e non sappiano niente l’una dell’altra? Due persone che si sono amate, perché suppongo ci siano stati dei momenti in cui Fuenzalida e mia madre si sono amati. Per lo meno un po’. Quanto basta per andare a prendere una cioccolata calda con churros al Pinpilinpausha.

Fuenzalida sempre assente, Fuenzalida che ormai è un ricordo racchiuso in una foto intravista per caso in mezzo alla spazzatura di fronte casa. Quella foto che diventa presto motivo per dare il via a una narrazione densa e composita in cui realtà e immaginazione si danno il cambio su tre piani diversi. Incontriamo subito la protagonista, figlia di Fuenzalida di cui ricorda poco, una sceneggiatrice di telenovela separata che vive col figlio, Cosme a Santiago del Cile. Per lei Fuenzalida è un ricordo, qualche flash dalla sua infanzia, non lo vede da troppo tempo. A questo primo livello di narrazione ne subentra presto un secondo. Il racconto degli anni della dittatura che riaffiora nella vece di una bambina. Una bambina che parla di suo padre, un uomo coraggioso, affascinante, forse lo stesso uomo della fotografia. Un uomo che ha a che fare con Fuenzalida, che qui ritorna. Ritorna e sparisce, come un fantasma che non è mai andato via del tutto. Il terzo e ultimo piano, che va e viene ad intermittenza, è quello di una telenovela tanto famosa quanto approssimativa, capace di raccordare gli altri due piani e intervallarli quando il ricordo e tutto il mondo che gira di lì intorno si fa troppo pesante.

L’ultima scena di Fuenzalida di cui ho memoria riguarda proprio quelle piastrelle. È strano pensare che lui e mio figlio abbiano calpestato lo stesso suolo. Mi viene in mente un ricordo vago, il più vago di tutti. Magari non si tratta di un ricordo, piuttosto di un episodio inventato. Non ci sono fotografie di quel momento, non ho modo di sapere se sia davvero accaduto.

In tutto questo succede che Cosme, il figlio, ha un incidente domestico a casa del padre e finisce privo di sensi in terapia intensiva. Tutte quelle ore estenuanti passate in sala d’attesa creano, tra l’ansia e il dolore, per la nostra protagonista il momento giusto in cui ripensare a Fuenzalida. Specie se era stato proprio Cosme a chiedergli di suo nonno, poco prima che tutto diventasse incerto e nebuloso a causa dell’incidente.

In Fuenzalida Nona Fernández ci dà un’ulteriore prova di quello che sa fare molto bene: raccontare la realtà mistificandola nella potenza dell’immaginario. Un immaginario fatto di ricordi, foto sbiadite, odori, immagini alla tv, draghi.

Leggere Nona Fernández vuol dire immergersi in un racconto denso e stratificato, pieno di ritorni e suggestioni, e uscirne arricchiti, specie per quanto riguarda tanta parte della storia contemporanea sudamericana che ad oggi ci sembra sempre troppo lontana.

Fuenzalida, Nona Fernández, gran vía edizioni, pp. 236

(con la traduzione di Carlo Alberto Montalto)

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