Diversità, isolamento, meccanismi di difesa: la malattia mentale ne ‘Il confine del paradiso’ di Esmé Weijun Wang

Una delle certezze che ho al tempo stesso uno dei concetti che mi ritrovo a ripetere spesso, da lettrice, è questo: per raccontare bene un fenomeno, uno spaccato di vita o determinato un microcosmo si deve padroneggiare altrettanto bene l’argomento di cui si andrà a parlare. Questa certezza mi si è riproposta dopo aver finito di leggere le quattrocento e più pagine di cui è composta l’edizione italiana dell’esordio di Esmé Weijun Wang, Il confine del paradiso, romanzo che apre la strada alla nuova collana nata in casa Edizioni Lindau, «Contemporeanea».

Ci sono alcuni momenti della mia vita che posso indicare con esattezza dicendo: «È qui che mi sono rovinata». Come le prime ammaccature su un frutto che all’improvviso marcisce senza preavviso.

Esmé Weijun Wang, giovane scrittrice nomitata dalla rivista Granta tra i Best of Young American Novelists nel 2017, è nata nel Midwest da genitori taiwanesi, vive a San Francisco e conosce in prima persona la malattia mentale. Per questo motivo, nel suo Il confine del paradiso, ritroviamo ampiamente la Cina, la California e quel racconto racconto, sincero e senza peli sulla lingua, di quanto una nevrosi possa sconvolgere la vita di chi ne è affetto e delle persone che lo assistono.

Ci può essere ordine persino nel raccontare il caos della mente e, fin dalle prime pagine di questo libro, Esmé Weijun Wang dà prova di trascinare il lettore in una storia densa, in cui si soffre e a sua volta si fa soffrire, in perpetuando imprevisti e indizi in più che sorprendono man mano che si procede nella lettura.

In seguito chiamai  quella cosa innominabile «vitafobia», nel tentativo malriuscito di comprendere l’orrore rappresentato dalle nevrosi: la paura di tutto si trasformò nella paura stessa di essere vivo.

Le vicende raccontate ne Il confine del paradiso sono molte e interessano principalmente i Nowak, una famiglia di origine polacca che ha trovato la propria strada in America, nello specifico nell’industria di pianoforti che porta il loro nome, e in particolare il loro unico figlio, David. Tanto intelligente quanto quasi totalmente in preda a forti nevrosi fin da ragazzino, David fugge da tutti per fuggire in realtà solo da sé stesso. Ha un primo amore, Marianne, anche lei di origine polacca, che pian piano diventerà  per lui irraggiungibile e sempre più allettante. Questa eterna fuga da sé stesso porterà David Novak in Cina, dove conosce Jia-Hui, il suo agnellino orientale, la donna che subito  dopo diventa sua moglie nonostante resti tra loro un muro fatto di incomunicabilità.

Quando ci sdraiavamo assieme non c’era bisogno di parole, perché se non parlavamo potevemo essere un marito e una moglie qualsiasi, senza nessuno sforzo.

Nonostante l’evidente distanza culturale, e forse proprio per porvi rimedio, David ribattezza sua moglie col nome americano di Daisy e i due tornano a vivere in California, dove la donna si ritrova catapultata in mondo tutto americano fatto di hamburger, diner, frasi che continua a non comprendere appieno e che nella sua testa formano solo uno spazio vuoto, e ancora vestiti e abitudini tutte occidentali di cui mai si sentirà parte. Intanto arriva William, il primo figlio della coppia: orientale nell’aspetto, ma con una malinconia palese nel modo di essere, che ricorda quella ben più potente di suo padre David.

In tutto questo David non trova pace e la sua famiglia è trascinata con lui nel vortice della nevrosi e degli ospedali psichatrici. Il tempo regalerà a David una seconda figlia, Gillian, e un evocativo ritorno di Marianne, sua figura salvifica fin dalla giovinezza, ma niente lo salva da sé stesso e da una vita per lui estremamente infelice.

In mandarino le parole per indicare il suicidio sono 自殺, e letteralmente significano «uccidere sé stessi». Mio marito David ha ucciso sé stesso ormai quattro mesi fa. Sapevo che sarebbe successo perché una volta l’ho trovato sul pavimento dopo che aveva tentato di impiccarsi. Sapevo che era solo questione di tempo.

In questa sua immutabile dinamica in cui ognuno è spinto a restare sempre sulla difensiva, Il confine del paradiso sembra avere come unico protagonista David Novak, la cui presenza/assenza si avverte ingombrante in ogni singola pagina, ma poi diventa un racconto a più voci capace di sorvolare anni e generazioni: dal 1935 al 1972, travolgendo famiglie e persone; luoghi chiusi come il bosco che protegge l’abitazione in legno scelta dai Novak per prendere le giuste distanze da un mondo di cretini, ma anche luoghi aperti come Sacramento, la città e i suoi negozi, così lontani quanto allettanti.

Inevitabilmente, per Esmé Weijun Wang, la cappa rappresentata dalla malattia mentale di David arriva a contaggiare tutti e ne Il confine del paradiso diventa il filo rosso di tutta la narrazione: la follia è ovunque, c’è questa famiglia atipica e anticonformista in cui il padre ha continui scatti e si infligge ripetuti traumi, la madre cerca riparo in quelle che erano le proprie tradizioni di vita ormai lontane e riesce segretamente a imporle in casa, i figli adorano sia il padre che la madre e farebbero di tutto per confermarsi i loro preferiti. Tanto che, proprio riguardo David, William confessa che

Mio padre era l’uomo più intelligente del mondo. La sua malattia ci ha traditi, e poi ci ha traditi lui. Tutto qui. La morte si dirige verso i folli incoerenti.

…e anche Gillian:

L’unica persona davvero intelligente che abbia mai conosciuto è nostro padre, e il suo cervello lavorava talmente tanto che l’ha ucciso.

Il confine del paradiso è un esordio importante, denso e pieno di vita e di morte. Il modo in cui il romanzo stesso è strutturato (in più parti e con il punto di vista affidato ogni volta a un personaggio diverso in momenti differenti) conduce il lettore in un cammino accidentato e vorticoso, durante il quale ogni possibile convinzione si rivela altro da sé. La distanza, l’isolamento, qualsiasi attentato all’etica comune e la stessa malattia mentale attecchiscono in David, Daisy, William e Gillian, uniti e tormentati da una vita che non hanno scelto e di cui porteranno i segni per sempre.

Esmé Weijun Wang scopre un autentico vaso di Pandora pieno di verità e situazioni sullo stigma delle malattie mentali e così chiama in causa generazioni, tempi più o meno moderni e usanze raccapriccianti, mantenendo, però, costantemente il controllo di una scrittura fluida, lucida ed accurata. Il confine del paradiso è un romanzo da leggere per capire che, anche quando certe dinamiche ci possono sempre sembrare lontane, queste trovano sempre il modo di influenzare anche una piccola parte della nostra vita. Proprio come quella sincera convinzione di una cosa falsa di chi ammette  apertamente di non riuscire a vivere felicemente.

‘No’, disse lui, ‘era una farsa, fingevo, non era vera felicità’. Non era tanto una bugia quanto una sincera convinzione di una cosa falsa. Perlomeno immagino sia così, perché non sopporto l’idea che non sia mai stato felice.

 

Il confine del paradiso, Esmé Weijun Wang (Edizioni Lindau), pp. 416

(con la traduzione dall’inglese a cura di Thais Siciliano) 

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Leggo e scrivo di libri. Vado ai concerti. Lavoro coi social. Cerco cose belle. Consigli di lettura ogni lunedì.

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