Cerca
SU
recensioni Slider

Una famiglia come tante, un po’ magica, un po’ sotto stress: ‘Imprenditori. Una favola famigliare’ di Matthias Newrat

La famiglia è una società di capitali, mi ha spiegato una volta mio padre. Quello che ci investi deve tornarti indietro con un utile. Viceversa non puoi illuderti di ottenere qualcosa senza affrontare delle spese. In nessun caso devi però permettere che ti sfruttino.

Ci sono alcuni romanzi che raccontano la realtà così bene da farti perdere il contatto con essa. Perché la realtà, l’ordinarietà, il lavoro e il nostro di rapportarvici possono anche diventare qualcosa di magico, scollato da spazio e tempo, non credete?  Ed è un po’ quello che si prova leggendo Imprenditori. Una favola famigliare, primo libro tradotto in italiano di Matthias Nawrat ed edito da L’orma. Matthias Nawrat, classe 1979, nasce in Polonia, ma si trasferisce in Germania, dove studierà biologia.

Siamo i migliori imprenditori dell’emisfero occidentale, nessuno ha mai smontato un Robustissimo di antracite con tanta rapidità. E pensare che un tempo ronzava e brusiva sotto una scrivania, eseguendo a puntino il suo lavoro.

Tenete a mente questi due fatti: la Germania o, meglio, la Foresta Nera e qualche elemento legato agli studi di ambito scientifico perché ritorneranno molto spesso in Imprenditori.

Lo dice il sottotitolo stesso, Imprenditori è una favola. Una favola magica di una famiglia come tante, ma organizzata al suo interno come se fosse un’azienda. Lipa e Berti, i due ragazzini che in questa storia brillano grazie al loro entusiasmo unito al desiderio di accaparrarsi di volta in volta il titolo come miglior dipendente del mese, contrariamente a quanto fanno i loro coetanei non vanno a scuola. Lipa e Berti sono giornalmente impegnati a portare avanti gli affari di famiglia col loro papà, sempre in giro sulla Mercedes verde Nuova Zelanda tra fabbriche dismesse, cuori di vecchie carcasse elettrodomestiche e avventure varie ed eventuali.

La Nuova Zelanda, poi, è il cuore delle loro aspirazioni di bambini: presto vi ci trasferiranno o così dicono.

In Imprenditori a raccontarci il tutto col suo ritmo concitato di ragazzina appassionata è Lipa, tredici anni e i primi amori, che nel mentre cerca di capire com’è che va il mondo del lavoro. Perché Berti e Lipa lavorano e lo fanno sul serio, non sono come i loro compagni disoccupati che vanno a scuola.

Mentre aspettiamo, giochiamo alle parole difficili. Resina a scambio ionico, parte Berti. Triossido di molibdeno concentrato, ribatte papà. Eptamolibdato di ammonio tetraidrato, dico io, e mi aggiudico la mano.

Berti e Lipa sono e saranno veri imprenditori (Berti, poi, che ha anche subìto molto coraggiosamente un incidente, su un lavoro come questo può capitare), perché in un mondo in cui lavoro scarseggia meglio crearsi lavoro da sé. Il loro lavoro è qualcosa di magico e complicatissimo, fatto di parole difficili e tecniche, specialisti ed esperti, note e rendicontazioni. Perché meglio essere sempre con le mani in pasta, essere Imprenditori paga.

Non ho un braccio perché l’impresa richiede i suoi sacrifici, ribatte Berti. E a scuola non s’impara niente di quello che serve nella vita vera.

Eppure Lipa vorrebbe un po’ di ferie, un po’ di tempo per scappare al di là dei Vosgi e farsi una bella casetta di legno nel mezzo della Foresta Nera col suo amore Timo tuttonaso che presto fuggirà davvero per lasciarsi alle spalle una nonna fumatrice incallita (le sigarette per Lipa sono le avvalenate, fanno più che male, quindi anche la nonna di Timo tuttonaso è un’avvelenata) che lo maltratta anche abbastanza disegnandogli sulla schiena cartografie di ferite.

Voglio solo fare qualcosa per conto mio, ripeto. Di tempo non imprenditoriale noi non ne abbiamo, dice papà. O si è imprenditori o non lo si è. Tu lo sei? Lo sono, rispondo.

Una cosa è certa: un vero imprenditore non sa cosa siano le ferie, che Lipa si metta l’animo in pace, il suo papà non gliele concederà mai. Quello stesso papà che presto non riuscirà più a reggere il peso dell’attività e abbandonerà le avventure lavorative e la fantastica Mercedes verde Nuova Zelanda per trovare rifugio ai problemi della quotidianità e della vita (cose del tipo: perderemo la casa? Perderemo il lavoro?) sotto montagne di coperte.

L’imprenditoria, dice poi nella Mercedes all’altezza del Wiedener Eck, è un lavoro di squadra, un lavoro a tre. Mettetevelo bene in testa, basta che manchi uno solo di noi e tutto va in malora. La prossima primavera saremo in Nuova Zelanda, proclama Berti. Papà fissa la strada e non dice più niente.

Il punto di vista narrativo, quello della tredicenne Lipa, è particolarissimo e riesce a fare di Imprenditori un romanzo travolgente: seguendo il suo racconto ci si ritrova immersi in un’atmosfera straniante, un po’ incerta com’è giusto che sia alla sua età, ma di sicuro festosa. Uno sguardo originale in cui costruirsi qualcosa da sé per mandare avanti la baracca viene prima di tutto e tutto. Fino a che non ci si accorge, per così dire, di aver tirato un po’ troppo la corda.

Tra i due bambini impegnati nell’essere imprenditori e un papà sempre più stanco, troviamo la figura mediatrice della mamma: bellissima, colonna portante della casa e dell’equilibri, vorrebbe che il marito si dedicasse ad altro e si accorge subito quando qualcosa non gira per il verso giusto e cerca soluzioni. O quantomeno il dialogo.

Mamma ama papà proprio perché lui è un imprenditore. Gli chiede: Per favore, cambia mestiere. Ma ovviamente non dice sul serio, è contenta che il suo uomo sia un imprenditore, che non sia uno schiavo del lavoro. Quando ce ne partiamo con la Mercedes, mamma siede al tavolo della cucina e si preoccupa. E allora gli domanda: Credi che mi diverta a starmene lì passando da una sedia all’altra in attesa che accada una qualche disgrazia?

Imprenditori di Matthias Nawrat è una favola vera che sguscia tra le pagine e ci accompagna in un mondo fantastico, in cui il ritmo di fondo è tutto scandito dalla logica del lavoro, che è sì necessaria ed allettante, però sempre più spesso non fa altro che piegare le persone ai propri ordini.

Forse è proprio questa l’essenza del lavoro: per quanto possa essere bella la tua attività, dentro ti si risveglia sempre una seconda persona che non vuole lavorare. Se mentre sei intento a un’occupazione non avverti tale mancanza di volontà, allora vuol dire che non si tratta di lavoro.

Imprenditori. Una favola famigliare, Matthias Nawrat, L’Orma editore, pp. 160

(traduzione di Marco Federici Solari)

Vuoi comprarlo? Clicca sul bannerino di IBS.it presente nella pagina


Potrebbe interessarti anche: