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Sicilia, sangue, superstizione e religiosità: ‘La Dragunera’ di Linda Barbarino

Facce indurite dal sole e mani callose che trovano appiglio in quel poco che hanno, ma sperano sempre di migliorare la propria condizione, magari scegliendo un buon partito. La famiglia prima di tutto, e con questa i valori, l’onore.

Linda Barbarino, finalista alla trentaduesima edizione del Premio Calvino, ambienta la sua opera prima nella sua Sicilia, terra assolata in cui si tira avanti grazie al lavoro dei campi, non senza sangue e sacrifici. Da una parte la religiosità fervente rappresentata dalle immagini sacre sul comodino, dall’altra la superstizione sempre presente, scacciare il male, il brutto presagio, la rovina. Tutto questo e anche di più è raccontato ne La Dragunera, romanzo recentemente pubblicato da il Saggiatore e messo a disposizione dei lettori nell’iniziativa di Solidarietà Digitale, in una commistione linguistica che vede protagonista il dialetto nei dialoghi, rendendoli vivissimi, ma anche nel testo stesso.

Una che si capiva subito era meglio starci lontano, una strega, coi capelli rizzi e niuri come scursuna nturciunat.

Chi è La Dragunera? Figlia di una generazione di magare, qui è la moglie di Biagio, il fratello di Paolo, colpevole di essere stato così poco accorto e sveglio con le donne da farsi abbindolare proprio da quella che andava tenuta a distanza. Mica come Paolo, uomo esperto già da scapolo, che delle donne e delle cose che si fanno a letto sapeva già tutto grazie a Rosa la Sciandra, di mestiere prostituta, ma che per lui, solo per lui, farebbe qualsiasi cosa.

È grazie ai due personaggi di Paolo e Rosa che conosciamo tutto il resto del paese di Suriano, le sue voci, le sue abitudini, quella gerarchia dura e patriarcale che lo governa. La famiglia di Biagio e Paolo è lo specchio di una comunità e arriva a rifletterne persino le contraddizioni: il primo, il figlio maggiore, che scappa dalla vita contadina per prestare servizio militare al nord, poi torna, si mette a cercare lavoro, ma fuori della famiglia, si lascia stregare dalla Dragunera, che alla fine riesce anche a sposare; l’altro, il secondo, quello che rimane e deve accollarsi tutto il lavoro in assenza del fratello, deve lasciare la scuola, diventa il figlio prediletto e colonna portante della famiglia, deve sfogarsi, anche sessualmente, a causa dei troppi pesi della sua vita. Si sposa poi pure Paolo, ma non sarà di certo un matrimonio d’amore.

Buttana fu invece, si fece buttana all’inferno per campare, solo il grido di pietra, lo stesso di Proserpina, vuoto, senza suono.

In La Dragunera è però Rosa la Sciandra a scatenare vicinanza e commozione. Questa ragazza, orfana da piccola di padre e madre, cresciuta da una vecchia zia che l’ha portata via dalla sorella di poco più grande di lei che, seppure la trattava male era pur sempre sua sorella. Rosa, che la povertà la conosce bene, costretta ad essere buttana per tirare avanti. Rosa, con la sua dignità e quello schema di comportamenti, sempre gli stessi, che si ripete ogni volta che riceve un cliente a casa. Rosa che sogna di sposarlo Paolo e che cade disperata, quando capisce di stare per perderlo. Rosa che intravede da subito una certa fascinazione di Paolo per quella sua cognata strega, la Dragunera e cerca di tenerlo lontano da lei.

Con Paolo, quella sera, lei era contenta pure di essere una buttana, perché da buttana poteva dargli una casa e un tavolo per sedersi e un piatto di pasta. Col mestiere se l’era pagato un posto dove stare, la vecchia che l’aveva adottata era morta e lei era rimasta con niente. Chissà in una vita diversa se l’avrebbe avuto a Paolo, o se sarebbe stato come in questa vita, che per buttana la prendeva e per buttana la lasciava.

La Dragunera non parla mai, eppure è sempre presente. Guarda gli altri e si lascia guardare, ammalia e strega tutti, terrorizza. Come avrà fatto Biagio mai a sposarla, a lasciarsi incantare in quel modo? Di questa donna temuta e amata quel poco che si sa trapela dal racconto degli altri e questo non fa che aumentare il timore e la curiosità in tutto il paese.

Con la sua opera prima, Linda Barbarino restituisce un immaginario siciliano assolato, sanguigno, funesto e sempre magico. La Dragunera riesce a raccontare bene quella vita fatta di fatica e sangue, credenze e preghiere, poche parole e tanto simbolismo. Bella la scelta di affidare buona parte del romanzo alla potenza del dialetto, anche se in alcune parti e per intere frasi può risultare difficoltoso.

La Dragunera, Linda Barbarino (il Saggiatore), pp. 168

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