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Dolore, poesia e la fine di un amore: ‘Settembre 1972’ di Imre Oravecz

Tutti noi abbiamo una vita prevedibile, sicuramente segnata da due elementi da cui è impossibile sottrarsi (sì, proprio loro, la nascita e la morte) perché la vita di ognuno, se ci si pensa, è anche abbastanza banale. Sta a noi e alla letteratura renderla straordinaria. È questo il messaggio sull’esistenza che Imre Oravecz poeta, scrittore, traduttore e professore universitario ungherese, porta col suo Settembre 1972, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1988 e arrivato in Italia anni dopo, nel 2004, grazie al lavoro di Edizioni Anfora, e da quest’anno anche in una nuova edizione riveduta e con la traduzione di Vera Gheno.

e non trovavi naturali cose di cui io mi stupivo, ti era ormai indifferente la città, ti lasciavano fredda le ville antiche, le strade, i ponti, le pasticcerie, i musei, le piscine, le divise della polizia, i tram, e ormai non cercavi di supplire devotamente nel letto a tutto quello che avevi mancato, e non eri più impegnata a fare sì che per me fosse tutto molto piacevole, perché ormai per te non era tutto molto piacevole, e ormai non eri così felice per tutto, né per me, né per te, né per il mondo.

Cosa c’è di più di più bello di una storia d’amore? Cosa c’è di più spietato di una storia d’amore? Al centro di Settembre 1972 c’è proprio il racconto nudo e crudo di un amore che nasce, cresce, si esaurisce. Storie del genere accompagnano uomini e donne per tutta la vita. Una, due, tre volte. Anche di più… e, quando va male, dietro si lasciano solo una scia di dolore. Questo male che alimenta la letteratura (e quella ungherese, per quello che conosco da quando ho deciso di approfondirla, è molto dura) e lascia il lettore immerso in uno stato di straniamento e incredulità. Possibile vivere tanto dolore in una sola storia d’amore? La risposta è sì, e spesso segna per la vita intera.

solo dalle tue risate dal suono estraneo che si sentivano di tanto in tanto, con le quali facevi per la prima volta facevi sapere al mondo che sai stare bene anche senza di me, intuivo che fosse qualcosa con il quale mi ripudiavi, almeno io così sentivo mentre, roso dalla gelosia, con il cuore che mi batteva in gola, rimasi per tutta la notte ad aggirarmi furtivamente sotto le finestre spalancate del piano, come una specie di ladro che rubasse il tuo segreto.

È un amore ibrido, quello che Imre Oravecz sceglie come protagonista nel suo Settembre 1972, sia nella storia raccontata che nella forma scelta: un sentimento doloroso e insinuante che nasce come amore folgorante e diventa disperazione, vuoto, per un modo di raccontare a metà tra poesia e prosa continua, poco vincolata da segni d’interpunzione, ad eccezione della virgola e del punto fermo finale. Il discorso è cadenzato, sistemato in ben novantanove scene, in cui a farla da regina, oltre la donna amata, troviamo la virgola, segno principe in questa poesia lunga fatta romanzo.

a B. volevo ancora espatriare clandestinamente per te, a M. ti volevo dimenticare, ma qui ormai non voglio più niente, non so perché sono venuto qui e fino a quando rimarrò.

La storia d’amore narrata dallo scrittore da giovane (e ci tiene a specificarlo lo stesso Imre Oravecz, quando lo incontriamo una sera nell’hotel milanese alla fine di tour che lo ha fatto viaggiare in tutta Italia a settembre, tra PordenoneLegge, Padova, Torino, Milano e Pavia) non fa sconti né a chi la legge, che si ritrova travolto da un sentimento nudo e crudo, sfuggente quanto presente e sicuramente arrabbiato, né a chi la scrive… che, per il fatto di essere portavoce di un uomo abbandonato dalla donna amata, non cerca la compassione di nessuno. È un romanzo verosimile nella tematica trattata e per questo vicino ad ognuno di noi, ma tale resta. Non c’è autobiografia, come non c’è uno schema predefinito dietro ( Imre Oravecz si è fatto trasportare dal suo essere un poeta, dice). Anche se, almeno per il rimando autobiografico, quel realismo di alcune parti in Settembre 1972 è più vivo che mai e fa pensare ad altro.

Non è un’opera lunga, ma è densa. Di luoghi, di storie nelle storie, di volti, di cambiamenti, di delusione e di solitudine. A discapito dell’apparente brevità, che idealmente lo catalogherebbe tra quelle storie da leggere in un pomeriggio d’autunno e in cui immedesimarsi per qualche ora, è preferibile leggere Settembre 1972, diluendolo nel tempo. Come se fossero scene di un film in continuo divenire.

Consigliato a chi si porta sul groppone una buona dose di disillusione e non crede sempre e solo al lieto fine.

Settembre 1972, Imre Oravecz, Edizioni Anfora, pp. 132

(traduzione a cura di Vera Gheno)

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