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Cosa racconteremo di questi anni senza un lavoro vero: ‘The infinite wait’ e ‘Il pieno di felicità’

Più di dieci anni fa, ne ho piena memoria dal 2008 in poi, Le luci della centrale elettrica, un progetto indie prima dell’indie di Vasco Brondi, ne La lotta armata al bar urlava e si domandava Cosa racconteremo ai figli che non avremo di cazzo di anni zero? Io annuivo e gli andavo dietro cantando e urlando a mia volta, ingenuamente pensavo di stare vivendo uno dei peggiori momenti possibili fatto di futuri incerti e indecifrabili, notti insonni, cieli stellati e spiagge deturpate. E chi l’avrebbe detto che sarei finita a parlarvene oggi, in riferimento a due letture recenti.

La canzone, per chi non la conoscesse, mi ricordo che fa quasi sicuramente così:


Rifacciamo le tette ai nostri progetti scadenti
Restaurando quei momenti quando ci lacrimavano addosso anche i soffitti
E tu che correvi su chilometri di scontrini ma non mi raggiungevi

E cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?

In quest’ultimo periodo, insomma, è successo che ho letto quasi contemporaneamente due libri tanto diversi quanto simili in cui ho ritrovato tante cose: precarietà, incertezza, caparbietà mista a stanchezza e, a sorpresa, sono tornati anche quegli anni da adolescente in crisi che qui lasciano spazio a una giovane donna ancora più sconvolta: Il pieno di felicità di Cecilia Ghidotti, arrivato in libreria per minimum fax a gennaio di quest’anno nella collana «Indi», e The infinite wait di Julia Wertz, pubblicato in Italia a novembre scorso dai tipi di Eris Edizioni.

Parafrasando il testo della canzone di prima, potremmo chiederci una cosa del tipo Cosa racconteremo di questi anni senza un lavoro vero? A questo proposito perché, secondo voi, ho scelto di iniziare questo lunedì dei libri parlandovi delle Luci della centrale elettrica? Perché c’entrano e pure tanto. Tant’è che, mentre leggevo Il pieno di felicità, ad un certo punto mi ritrovo proprio quel mio disco feticcio citato come riferimento culturale, emotivo e forse anche un po’ generazionale che ho urlato. Perché da queste parti pare che le mezze misure non siano contemplate, ma andiamo avanti.

Il pieno di felicità di Cecilia Ghidotti è una storia vera (e infatti ha origine da quell’Abbiamo le prove che sicuramente tutti vi ricordate, una casa accogliente e illuminata bene fatta di storie vere) e segue Cecilia nella sua coraggiosa traversata nel mondo degli adulti. Quello in cui tutti noi ci troviamo letteralmente catapultati appena dopo l’investitura della corona d’alloro. Il pieno di felicità è un viaggio di diversi anni tra Bologna e Coventry, e svariati dottorati, tra la presenza di una famiglia rassicurante e il timore di deluderla, tra passato e futuro prossimo. Perché di questo si parla per la maggiore: di futuro prossimo, ossia come fare di tutto per sbarcare il lunario, tenersi occupati, barcamenarsi alla meglio tra sogni e aspirazioni e quello che passa il convento.

Col suo esordio, Cecilia Ghidotti non vuole delineare un racconto generazionale, come è successo volente o nolente per il disco a cui accennavamo prima, ma… tra amici che si sposano, altri che si realizzano, altri ancora che ti chiedono incalzandoti Sì, va bene e poi che ti metti a fare? (e alzi la mano chi non li conosce) Il pieno di felicità ci insegna una cosa importantissima: in questo mondo precario sia qui che all’estero la sola cosa che possiamo fare per sopravvivere è cercare di vivere giorno per giorno. Il pieno di felicità è sì il tesoro da scoprire, ma anche il mood da cercare di mantenere durante il cammino, magari mischiandolo a un po’ di polvere di unicorno. Non è mai facile, ma ci si può pur sempre provare.

Di tutt’altro respiro, pur mantenendo una buona dose di incasinatezza, The Infinite Wait di Julia Wertz: tre racconti distinti sui primi trent’anni di vita della fumettista americana che, prima di approdare al fumetto in circostanze sì rivelatrici, ma che si portano con sé il disagio di una malattia autoimmune, il lupus sistemico, ha fatto davvero di tutto. Il racconto dei lavoretti di cui si è fatta carico per sbarcare il lunario sono super comici e assolutamente tangibili: dalla babysitter del tutto sottopagata, alla barista che beve per consolarsi, alla cameriera in pizzeria passando per l’aiuto-cameriera per un ristorante stellato fino all’addetta a lucidare le palle da bowling in un bowling, appunto. Di musica e riferimenti pop, anche nei racconti della Werzt, ce ne sono tanti.

© Eris Edizioni

L’ironia di Julia Wertz in The Infinite Wait And Other Stories (questo il titolo per intero nella versione orginale) svela che, per quanto ci possa fare schifo al momento, la vita offre sempre un ampio ventaglio di soluzioni alternative. Magari faranno schifo anche quelle, ma intanto ci si sforza di tirare avanti e cercare qualcos’altro.

Due storie, Il pieno di felicità e The Infinite Wait, che fanno piangere mentre ci strappano anche un sorriso (o più di uno, per fortuna), per incoraggiarci a non vedere tutto nero, perché delle volte basta soltanto cambiare approccio. Che sia grazie a un po’ di magia di unicorno o alla scorta dell’amore per i fumetti in grado di cambiare una vita, fa lo stesso.

The infinite wait, Julia Wertz, Eris Edizioni, pp. 232

(traduzione a cura di Fay R. Ledvinka)

Il pieno di felicità, Cecilia Ghidotti, minimum fax, pp. 218

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